E proprio nel giorno del pentimento di Di Maio arriva un secondo e clamoroso pentimento. Quello di uno dei più celebri Pm d’Italia, Henry John Woodcock. Il quale già in passato aveva dato segnali intermittenti di garantismo. E ieri ha scritto un lunghissimo e liberalissimo articolo sul Corriere del Mezzogiorno nel quale critica in modo sferzante due capisaldi del giustizialismo: l’ergastolo ostativo e l’uso leggero e spregiudicato dei pentiti. Già il titolo dell’articolo illumina la svolta nel pensiero di Woodcock: “I pentiti e tutti i danni dell’ergastolo ostativo”. Nell’articolo Il magistrato spiega che esiste una differenza robusta tra ravvedimento e delazione. E poi spiega quanto, a volte, il pentimento sia pericoloso, o fuorviante o inattendibile o tutte e tre le cose insieme.

Scrive testualmente: «In tale ottica sarebbe altrettanto impellente una riforma seria che argini in qualche modo la tendenza delle Procure Distrettuali Antimafia ad imbarcare decine e decine di collaboratori di giustizia che, almeno in alcuni casi, si prendono gioco della stessa Autorità Giudiziaria, e non solo – purtroppo – del Pubblico Ministero, ma anche del Giudice. Con ciò non voglio affatto negare il fondamentale e decisivo apporto fornito da molti collaboratori “seri” nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Dico solo che, in sintonia con quella che era la originaria prospettiva dei “padri” della legge sui pentiti, occorre maggiore vigilanza da parte del Pm, occorre evitare che – tra pentito e Pubblico Ministero – si crei una sorta di “sindrome di Stoccolma” rovesciata, e che di veri Giudici non ce ne sia soltanto uno, e per giunta a Berlino, ma se ne riempiano i Tribunali della penisola».
Beh, se lo dice lui…