Lo Zefiro si alza improvviso, esce dalla frescura amara di eucalipti e oleandri, scavalca il promontorio Bruzio, scuote mirto e capperi e discende a capofitto la scogliera, si tuffa nello Jonio e ingoia il mare portandolo lontano dalla riva. Il fondo di ghiaia sottile e sabbia dorata è nudo, il vascello vi si adagia. Anime scure guadagnano la battigia, superano l’arenile, risalgono la costa e si mettono in fila lungo la statale 106 che si spartiva la solitudine col rado traffico del mattino. Le sirene arrivano come le onde che riportano lo Jonio sotto costa, le volanti stringono i migranti al muro che delimita la carreggiata. Gli uomini in divisa scendono, si calano le mascherine sul viso e restano a distanza. Si marcia verso Ferruzzano e dalle macchine in transito non sono di miele le parole che arrivano: le battute sono quelle solite, si dicono dappertutto in Italia. L’aspetto dei profughi, scesi da una barca a vela arenatasi sulla spiaggia delle tartarughe, per una volta non è fatto di volti e corpi disfatti, e questo aumenta la rabbia dei calabresi che si lamentano. Eppure i bagnanti erano troppo pochi per patire un disturbo, una trentina di ombrelloni lungo 2 chilometri di sabbia. Ragazzi a cui rubare il lavoro qui non se ne vedono da anni. Pochi hanno beni che vale la pena rubare. Fortuna che ci sia la minaccia del covid19 da usare come slogan.

Altrimenti sarebbe difficile inventarsi un motivo per odiare le persone che sono arrivate sopra una spiaggia che è di sicuro fra le più belle d’Italia, forse di una bellezza in grado di competere con i luoghi più belli nel mondo: il paradiso delle Caretta-Caretta che qui da sempre ci fabbricano i figli, lasciando le loro uova in una nursery che sa d’Oriente. Qui la gente sbarca da migliaia di anni, e la gente di qui è l’impasto degli sbarchi passati, figlia di un tempo che non seminava paura. Qui gli Armeni, i Greci, gli Arabi, i Latini, gli Ebrei, si sono mischiati agli Osci Sicani. Era gente dura, che magari faceva ricorso alla spada quando a sbarcare era la guerra. Ma alla miseria non si sputava in faccia. Non si irrideva alla paura.

Alla disperazione si offriva la speranza del rifugio. Sono una sessantina fra uomini, donne e bambini, soprattutto adolescenti, quelli che hanno dribblato senza difficoltà i pochi ombrelloni di un turismo chimera: non guardano in faccia nessuno, perché lo sanno cosa ci troveranno. I profughi vanno sulla statale obbediscono agli ordini degli uomini in divisa, la Calabria per loro è una pratica burocratica da chiudere alla svelta, il sangue di chi arriva non si mischia più con quello di qua. E pure per questo la Calabria non ha più la gloria di secoli fa, le resta la bocca asciutta degli insulti gridati da sopra le macchine. Che ormai solo lo Zefiro ricorda ancora i doveri dell’ospite.