L’Esercito nelle strade per rafforzare i controlli nella “guerra” al Coronavirus. Il confine tra rassicurazione e inquietudine è molto labile. Il Riformista ne discute con il generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare, consigliere scientifico dello Iai (Istituto affari internazionali), tra i più autorevoli analisti militari europei.

Generale Camporini, l’Esercito nelle strade: aiuto o militarizzazione?
Assolutamente aiuto. Perché è ben chiaro a tutti gli operatori, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa all’ultimo dei soldati, che le Forze Armate intervengono in caso di emergenza e questa che stiamo vivendo è una vera e propria emergenza, in supporto alle autorità civili a cui compete per legge il coordinamento di tutte le attività. La politica non può delegare le proprie responsabilità a chi è in divisa, che a sua volta è pronto ad assumersi tutte le sue responsabilità.

Sul Riformista, la vice direttrice Angela Azzaro ha scritto: «Anche quando la situazione è tragica, la molla che scatta è sempre quella di chiedere non più autorità ma più autoritarismo, non più democrazia, che è invece quella che ci sta salvando, ma meno democrazia…»
Non confondiamo l’autoritarismo con l’obbligo da parte di chi ne ha il compito di far rispettare le regole. Nella temperie culturale nazionale, il rispetto delle regole non è considerato un valore assoluto e se il cittadino riesce ad aggirarle, si sente furbo. Questa non è democrazia, è anarchia. Vale nei tempi di crisi così come in tempi normali. Avete mai contato, quando siete immersi nel traffico, quanti guidatori hanno il telefonino in mano; lo fanno perché contano su una sostanziale impunità e invece mettono a rischio, con il loro comportamento, la propria e l’altrui incolumità.

Non c’è il rischio di una delega non solo di compiti ma di responsabilità decisionali? In altri termini, non può passare l’idea “chi meglio dei militari può far fronte a una guerra” come quella contro un virus letale?
In mancanza delle procedure di delibera e dichiarazione formale dello stato di guerra previste dagli artt.78 e 87 della Costituzione (le quali prevedono, rispettivamente, la delibera parlamentare e la dichiarazione formale, da parte del Presidente della Repubblica dello stato di guerra, ndr), e non mi pare proprio questo il caso, non c’è dubbio che l’autorità risieda nelle strutture civili che si possono avvalere di qualsiasi mezzo, compresi quelli militari. L’importante è che le direttive del governo siano chiare e vengano recepite senza incertezze dai prefetti e dalle altre autorità civili.

Non rischiamo un caos di gestione?
Il caos gestionale è diretta conseguenza della mancata chiarezza delle competenze tra il livello centrale e i livelli territoriali, Regioni e Comuni. La prima lezione che dovremo apprendere da questa drammatica vicenda è una revisione radicale della riforma del titolo V della Costituzione approvato nel 2001.

Nell’immaginario collettivo, almeno di una parte del Paese, l’Esercito nelle strade evoca scenari inquietanti.
È vero. E questo è il motivo per cui non ho mai considerato favorevolmente l’Operazione “Strade Sicure”, che in tempi normali dissemina nelle nostre città ragazze e ragazzi in uniforme armati di tutto punto. Non credo, però, che queste considerazioni valgano in tempi di Coronavirus.

Di Esercito si parla solo in momenti di crisi. E poi “scompare” dai radar della comunicazione e dell’opinione pubblica.
Certamente sì. Perché le Forze Armate trovano la loro ragione d’essere nei momenti di emergenza, catastrofi o conflitti. Sono come l’assicurazione RC Auto. Te ne ricordi quando devi pagarla, e lo fai malvolentieri, ma se ce l’hai quando ti serve, ti salva.

Generale Camporini, in un momento di così grave emergenza, non vi sarebbe bisogno di più buona politica?
C’è si bisogno di una buona politica, una politica che ascolta le competenze, una politica che mostri autorevolezza e non autoritarismo. Una politica che faccia funzionare la macchina amministrativa. La buona gestione dello Stato, in tutte le sue articolazioni, deve essere, a mio avviso, lo scopo principale di chi ha responsabilità. Molti meccanismi devono essere oliati e il buon politico deve avere un atteggiamento pragmatico e meno ideologico.

Il Coronavirus, almeno dal punto di vista della comunicazione, cancella vicende e crisi che restano esplosive. Ad esempio, la Libia.
Certo che resta. Perché la storia va avanti e non si ferma in attesa che risolviamo i nostri problemi sanitari. Ed è indispensabile che venga mantenuta una forte attenzione sui rapporti internazionali che ci riguardano, in modo da poter riprendere il filo, quando le vicende domestiche lo consentiranno.

In questa situazione di assoluta emergenza, c’è chi rimpiange l’Esercito di leva. È nostalgia o altro?
Credo che sia una “nostalgia” che manca completamente di realismo. Un Esercito di leva è certamente molto numeroso ma con competenze individuali necessariamente limitate. Il Paese ha bisogno di professionisti che sappiano bene il loro mestiere e che siano pronti a svolgerlo…

Il che vuol dire anche risorse adeguate?
È un tema ricorrente. È chiaro che uno strumento da usare in emergenze, ripeto: catastrofe o conflitto, deve essere mantenuto sempre ad adeguati livelli di efficienza. Questo ha dei costi. Ma se non lo teniamo efficiente ci si potrebbe porre il quesito se vale davvero la pena di tenerlo in piedi.

Non ritiene preoccupante l’uso disinvolto della terminologia bellica da parte dei governi per descrivere l’attuale emergenza? “Siamo in guerra contro un nemico invisibile”, hanno affermato Donald Trump ed Emmanuel Macron, o per restare a casa nostra: “Noi siamo in guerra e io devo trovare le munizioni per combatterla..”, così il commissario straordinario Domenico Arcuri, e le munizioni in questione sarebbero le mascherine.
Si tratta di un uso che è giustificato dal fatto che ci troviamo in una situazione straordinaria, in una grave emergenza che avrà conseguenze sociali ed economiche pesantissime, e quindi può essere utile per mettere sull’avviso un pubblico che non è avvezzo a queste cose.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.