Parte già con una bella corona di spine sul capo, il magistrato Carlo Renoldi, cui il plenum del Csm a larga maggioranza ha autorizzato ieri la messa fuori ruolo e la nomina a direttore del Dap. Solo un piede nell’uscio per ora, in realtà, perché l’ultimo passaggio, quello dell’approvazione del Consiglio dei ministri, potrebbe non essere solo un fatto formale. Infatti, delle tre astensioni che non hanno consentito un voto unanime, oltre a quelle previste dei togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, l’altra è quella dell’esponente laico in quota Cinque stelle Fulvio Gigliotti. E soprattutto l’unico voto contrario, quello di Stefano Cavanna, indossa la felpa della Lega, e forse ha dato un voto contrario più al governo che alla persona di Renoldi, che si limita a definire “figura divisiva”, la cui nomina addirittura potrebbe secondo lui danneggiare la reputazione della magistratura “oggi ai minimi storici”.

Ma anche in un ex partito leninista come la Lega non mancano le contraddizioni. Infatti ha votato a favore l’altro consigliere nominato nella stessa quota politica , Emanuele Basile, un avvocato di Lodi, ex parlamentare, che ha sempre manifestato posizioni opposte a quelle del chiudere la cella e buttare la chiave. I consiglieri Di Matteo e Ardita, il cui voto non favorevole a Carlo Renoldi era ampiamente previsto, non hanno nascosto un pensiero dominato da una storia che ha molto a che fare con la costruzione del “Processo Trattativa” e dell’antimafia militante. Percorsi che confliggono apertamente con i comportamenti, le parole e la giurisprudenza di molti giudici di sorveglianza. I quali, proprio come Carlo Renoldi, conoscono bene le carceri e hanno studiato le leggi che hanno riformato gli istituti di detenzione e introdotto il trattamento individuale di ogni prigioniero come base per quel percorso di cambiamento tanto caro alla ministra Cartabia. Questi magistrati in gran parte condividono la giurisprudenza della Corte Costituzionale degli ultimi anni e soprattutto quella della Cedu, a partire da quella “sentenza Viola” che per prima svincolò il superamento dell’ergastolo ostativo dalla necessità per il detenuto di diventare un “pentito” e confessare, più che i propri, i (presunti) reati altrui.

Il “la” a Di Matteo e Ardita pare averlo dato un antico leader di Magistratura Democratica, Giancarlo Caselli, il quale, prendendo vistosamente le distanze da un magistrato di quella che fu la sua corrente quando ancora indossava la toga, ha lanciato dal Fatto quotidiano una sorta di ordine: l’ergastolo ostativo non si tocca. Due i destinatari, il Parlamento che sembra aver già recepito l’indicazione e marcia fiducioso nella direzione opposta a quella tracciata dalla Corte Costituzionale che aveva dato un anno di tempo per la riforma, e il Csm che si è riunito ieri. Per ora, possiamo dire che si sono comportati meglio i magistrati, che hanno già battuto i politici uno a zero. Anche se quelle tre astensioni e quel voto contrario pesano, eccome. Tagliente l’accetta con cui il dottor Ardita ha colpito, qualora ci fossero ancora dubbi, la possibilità di qualunque forma di attenuazione all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e l’ergastolo ostativo. Impressionante però la sua visione delle carceri. Che evidentemente non conosce, e che descrive come “un edificio in fiamme”, così composto: al vertice il 41-bis, ma alla base “ingovernabilità, inciviltà e mancanza di regole”. Forse è per questo che un sincero riformatore come Carlo Renoldi non sarebbe adatto per migliorare la situazione? O si deve dedurre che a parere del consigliere Ardita, ci vorrebbe una mano forte? Non un pompiere a spegnere l’incendio e salvare vite umane, ma qualcuno che quelle celle le tenga sempre ben serrate?

La totale ignoranza di che cosa sia una prigione da parte dei magistrati (quasi tutti) è impressionante, e grave, soprattutto perché i pubblici ministeri e i giudici del settore penale sono quelli che vi mandano i cittadini, anche prima delle sentenze. Chi potrebbe mai sbattere dentro una cella anche il peggior nemico sapendo di mandarlo in luoghi ingovernabili e incivili, addirittura palazzi in fiamme? Lo stesso ex magistrato Caselli, in quell’articolo sull’ergastolo ostativo, ricordava i suoi due anni di permanenza al Dap come il periodo più difficile della sua vita in toga. Eppure era stato un prestigioso procuratore. Evidentemente non si era mai posto il problema. Come del resto il consigliere Nino Di Matteo, che ancora una volta si è dimostrato il più politico, nella seduta di ieri. Già il mancato voto contrario è un segnale di capacità di incuriosire, di farsi ascoltare. Si è posto come leader e ha fatto un discorso da leader. Con una certa astuzia ha sostenuto prima di tutto di essere consapevole del fatto che il suo collega aveva tutte le carte in regola per avere la nomina alla direzione del Dap. “Ma ciò non si realizzerà anche con il mio voto”, ha poi buttato lì. Fare pure, ma non nel mio nome. Più politico di così.

Poi è riuscito in un abile gioco di prestigio. Un po’ come quelli che usano la perifrasi negativa per lanciare contumelie: non dirò mai che il tale è un delinquente… e intanto l’hanno detto. Così Di Matteo sostiene che la sua contrarietà alla nomina di Renoldi è più un fatto formale che sostanziale. Cioè della persona non gli danno fastidio tanto i suoi pensieri, la sua visione della giustizia e del carcere, ma il modo in cui li manifesta. Così, nel frattempo, è riuscito a elencare per esempio, nel modo più demagogico possibile, la critica all’ “antimafia militante arroccata nel culto dei martiri”, sapendo che l’argomento ha molta presa, soprattutto se ricordato sui quotidiani del giorno successivo. Ma astutamente eludendo il concetto della frase completa, quella in cui Renoldi diceva che delle vittime di mafia come Falcone e Borsellino non si ricordava mai niente di quel che erano stati e avevano fatto, ma li si usava solo come immaginette. Strumentalmente. Perché “vengono ricordati esclusivamente per il sangue versato e per la necessaria esemplarità della reazione contro un nemico irriducibile”. Queste frasi, uno come Di Matteo le ha capite molto bene, e sa che sono una critica non all’antimafia in generale, ma alle modalità con cui sono stati condotti in tutti questi anni i processi in Sicilia, peraltro con esiti disastrosi proprio per quelli come lui.

Sono frasi che gli bruciano per il loro contenuto profondo, e anche per la consapevolezza di aver perso tante battaglie. Renoldi è un magistrato di sinistra un po’ vecchio stampo, come il suo maestro Margara, che era tutt’altro che arrogante. Pure è questo il concetto con cui il consigliere Di Matteo ha tentato di demolire la figura del futuro presidente del Dap, descritto come arrogante, come uno “che usa toni e parole sprezzanti nei confronti di chi non la pensa come lui”. La corona di spine è pronta. Vedremo ora se la ministra Cartabia riuscirà a togliergliela senza pungersi a sua volta.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.