Oscenità, spalanca le tue braccia, noi siamo qua! Dai, ipotizziamo d’essere finiti nel buio di un tunnel dedicato alla sessuofobia? Proviamoci. Tempo al tempo. Chissà se davvero, e da quando, ci siamo dentro? Di sicuro invece attraversiamo una nuova lunga notte dove il laico principio del piacere, così come è stato formulato nelle pagine della letteratura, della saggistica, del teatro, delle arti, diciamo, “progressiste”, per non parlare delle istanze rivoluzionarie, si trova messo in discussione, in nome forse di un nuovo Indice.

Immagini, concetti, volti, icone, gesti, atti, “provocazioni”, perfino categorie di un pensiero ulteriore, ciò che un tempo apparteneva all’immaginario, come dire, “progressivo” e liberatorio del sapere poetico, si ritrova adesso sul banco di una crescente Norimberga dell’Osceno. O comunque ritenuto tale da un’onda puritana e moralistica che manifesta una realtà ossessivo-compulsiva, una sorta di controriforma etico-estetica che si accanisce sulle nudità, come davanti al “Giudizio universale” michelangiolesco. Le opere di Balthus, pittore francese dello scorso secolo, sono per esempio reputate dal nuovo comune senso del pudore e dell’etica sempre più paradigmatiche di una evidente, non più solo latente, possibile allusione prossima alla pedofilia.

Se per un attimo almeno provo nuovamente a immaginare le nudità danzanti di Woodstock o le nostrane di Parco Lambro, il “Festival del proletariato giovanile” che si svolse nel 1976 a Milano, summa non meno danzante della caduta d’ogni militanza politica, mi trovo costretto a spiegare ogni cosa, ogni dettaglio, perfino i seni delle ragazze in mostra, con ampie note a piè di pagina. Chi prova ad ascoltare, per ragioni generazionali antropologiche e culturali, spesso non sembra comprendere il costrutto politico e, appunto, desiderante d’ogni manifestazione di gioia e grazia ribelle giovanili, “nudi verso la follia”, lo slogan di allora. La reazione alle foto di Letizia Battaglia, ragazze adolescenti su sfondo di Lamborghini gialla, o lo stesso scandalo su un tutorial parodistico passato su Raidue a tema “come essere sexy facendo la spesa al supermercato”, sembrano evidenziare a loro modo il focus della questione.

Se per un attimo volgo lo sguardo, metti, verso la storia di Charlie Hebdo, trovando Wolinski, la cui opera grafica e narrativa a fumetti brilla tra sesso e politica, anche in questo caso ho la sensazione che ogni margine di libertà espressiva conquistato in nome della laicità, tutto ciò, visto con gli occhi del presente, sembra essere rimesso in discussione, in un nuovo Indice della “pornografia”… L’ho detto: pornografia. Assolto Wolinski da ogni incomprensibile stigma che mai dovrebbe riguardarlo, se non agli occhi dei ben pensanti, e della mostruosa criminale intolleranza sessuofobica islamista, restando in tema di libertà, sembra quasi che quest’ultima, la pornografia, in forma di “riserva indiana”, di enclave, debba essere ritenuta l’unico corridoio di salvezza, di “sfogo”, così nella sua sostanza d’alienazione e solitudine onanistica.

Quasi l’unica area di presunta libertà concessa semi-clandestinamente, dove le forme, gli atti e le parole del sesso, meglio, dell’osceno possano essere pronunciate. Tutt’intorno, uno spettrale presepe di banalità esibizionistica e voyeuristica femminile e maschile indotta, ciò che i social offrono al nostro sguardo, assodato il divieto riferito alle forme genitali. C’è molto più orrore e oscenità in questo genere di stereotipi, dove i corpi si offrono alla vista in un gioco di presunta seduzione, che non nella dichiarazione esplicita che porta a mostrare e a pronunciare le forme del sesso e del linguaggio destinato a designarlo. Che sia in atto un’offensiva contro ogni forma di affermazione dell’eros?

Se davvero così fosse, in molti portano la propria mollica penitenziale, il proprio sasso della colpa per innalzare la torre della Vergogna; ciascuno a suo modo, in una sorta di revanscismo, alcune femministe per schematismo, i cattolici per riportarci tutti ai piedi del crocifisso, i fascisti in nome del comune senso del pudore e della decenza, perfino i comunisti posto che Berlinguer, negli anni ’50, indicava Santa Maria Goretti come esempio di purezza. Inimmaginabili oggi le foto di Helmut Newton, dove le ragazze si mostrano a gambe aperte.

Ho visto in ritardo il tutorial di “Detto Fatto” su Raidue. Incomprensibile, almeno ai miei occhi, trovarlo “scandaloso”, semmai un semplice ulteriore banale esempio della miseria culturale degli autori che provano a parodiare il compiacimento femminile. Tuttavia, secondo certo principio censorio, i social dovrebbero essere chiusi e gli utenti rieducati forse a colpi di crocifisso? Chi ha memoria di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo con Lory Del Santo segretaria in minigonna inerpicata sugli scaffali a favore di sguardi in “Tagli ritagli e frattaglie”, nel 1980 sempre laggiù in Rai, forse non dovrà riflettere fino a trovare risibile la nuova censura. La riflessione dovrebbe prendere le misure da molto più lontano. Forse.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate