Nella sostanza di partiti radicali ce ne sono stati due: il primo fu fondato nel 1955 in seguito alla scissione dal PLI della sinistra liberale di Villabruna, Mario Pannunzio, Leone Cattani, Niccolò Carandini. Costoro insieme ai liberal-socialisti-azionisti di Ernesto Rossi e agli esponenti dell’UGI guidati da Marco Pannella e Sergio Stanzani diedero vita al Partito Radicale. Per molti aspetti quel partito era un sofisticato salotto nel quale si confrontavano intelligenze di alto livello ma di scarso impatto mediatico.

Quel partito implose nel 1961 per il “caso Piccardi” che determinò una crisi alla fine della quale fra il 1963 e il 1964 il partito si disgregò in una serie di scissioni e a quel punto, con un percorso abbastanza tortuoso, Marco Pannella lo prese in mano. Pannella rifondò un Partito Radicale totalmente diverso da quello del passato: un partito tutto proiettato verso l’esterno, sia nelle piazze sia nei confronti del parlamento e del governo impegnato in una serie di battaglie sui diritti civili. La battaglia più grande fu quella sul divorzio, condotta insieme al PSI, protagonisti Marco Pannella, Loris Fortuna e il liberale Baslini. Quella battaglia fu certamente condotta contro le gerarchie ecclesiastiche e la DC, ma quando, dopo l’approvazione della legge (1970) si profilò la possibilità di un referendum (intorno al 1973, il referendum poi si svolse nel 1974) la battaglia dei radicali registrò il dissenso sostanziale del gruppo dirigente del PCI, che allora era in totale controtendenza con una battaglia di quel tipo, visto che Enrico Berlinguer stava proprio lanciando la strategia del “compromesso storico” e quindi ricercando in tutti i modi l’alleanza con il mondo cattolico e la DC.

Il dirigente comunista Paolo Bufalini, rivolto ai socialisti e ai radicali, sviluppò una autentica requisitoria, anche se essa formalmente fu fatta con garbo: “voi socialisti e radicali siete un po’ pazzi, non conoscete la società italiana. Le masse cattoliche sono contro il divorzio e voi rischiate di spostarle a destra. La classe operaia ha ben altri problemi che questi, per cui si asterrà. Rischiate una sconfitta disastrosa”. Invece era il gruppo dirigente del PCI che non si era accorto che la società italiana era cambiata e con essa la stessa base comunista che quando la battaglia referendaria di scatenò fu in prima linea anche perché la considerò una sorta di rivincita nei confronti di quella Dc che aveva stravinto il 18 aprile del 1948.

Pannella da un lato espresse tutta la sua forza carismatica, dall’altro lato provocò la formazione di un gruppo dirigente del Partito Radicale di straordinario livello politico: in prima fila c’era proprio Gianfranco Spadaccia, purtroppo deceduto l’altro ieri, e del quale qui celebriamo il ricordo, Mario Mellini, Angelo Bandinelli, Massimo Teodori, Adelaide Aglietta, Franco Roccella, Emma Bonino. Ad essi poi si aggiunsero dirigenti di una seconda generazione: Beppino Calderisi, Massimo Crivellini, Roberto Cicciomessere, Marco Boato, Elio Vito, Valter Vecelio, e colui che poi fu il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin. Si trattava di gente di straordinario livello, davvero capace di tutto, di condizionare in modo profondo i lavori parlamentari, anche con micidiali ostruzionismi, di fare manifestazioni di piazza, di provocare durissime polemiche su questioni specifiche, di sviluppare sulla giustizia e sulle carceri grandi battaglie garantiste. In quel gruppo dirigente Gianfranco Spadaccia si è sempre caratterizzato per una cifra personale che si distingueva da quella degli altri: la sua era una linea improntata alla serietà, al rigore, ad una grande capacità di analisi politica.

Egli non esitava anche a distinguersi da Pannella quando non era d’accordo. Non a caso recentemente Gianfranco Spadaccia ha scritto per Sellerio un libro che ripercorre in modo assai minuzioso tutta la storia del Partito Radicale. Se però vogliamo mettere da parte una visione abbastanza acritica e agiografica del partito radicale, dobbiamo dire che Pannella da un certo momento in poi non ha più accettato il condizionamento e la capacità critica del gruppo dirigente che egli stesso aveva formato. Con il pretesto di dar vita ad un singolare partito “transazionale e transpartito”, di fatto egli sostanzialmente emarginò questa classe dirigente, sostituendola con la continua scoperta di giovanissimi dirigenti molti dei quali successivamente sono scomparsi. Quella iniziativa provocò la rottura di Mauro Mellini e di Massimo Teodori, ma non quella di Gianfranco Spadaccia che rimase sempre nel partito radicale anche se negli ultimi anni era totalmente emarginato. Stiamo parlando di una persona di grande spessore culturale e di grande serietà comportamentale. E sempre impegnato nelle grandi battaglie radicali per i diritti civili. Un grande abbraccio Gianfranco.