Per i Guardiani della Rivoluzione era diventato una leggenda vivente. Per le milizie sciite mediorientali era l’uomo che le legava, militarmente e finanziariamente, alla casa madre iraniana. Qassem Soleimani non era l’efficiente “strumento” di tutte le operazioni della Repubblica islamica d’Iran all’estero. Era molto di più. Ne era la mente, oltre che l’uomo di fiducia, assoluta, di colui che detiene realmente il potere a Teheran: la Guida Suprema della rivoluzione islamica, l’ayatollah Ali Khamenei. Il “comandante ombra” era uno dei personaggi più popolari in Iran, aveva milioni di follower sui social e The Times, proprio negli scorsi giorni, lo aveva inserito nella classifica dei 20 personaggi protagonisti del 2020.

«Per gli sciiti in Medio Oriente, è un mix di James Bond, Erwin Rommel e Lady Gaga», come ha scritto l’ex analista della Cia Kenneth Pollack nel suo ritratto di Soleimani per la rivista americana Time dedicata alle 100 le persone più influenti al mondo nel 2017. Fino all’11 settembre del 2001, il generale è il punto di riferimento degli Usa nella lotta ai talebani afghani. Ma dopo la caduta delle Torri gemelle e l’inserimento dell’Iran, da parte di Bush, nel cosiddetto asse del male gli Usa per lui diventano un nemico. Il Pentagono lo considera così un avversario pericoloso. Da eliminare.

Un alto funzionario iracheno, qualche tempo fa, lo aveva descritto come un uomo calmo e loquace. «È seduto dall’altra parte della stanza, da solo, con molta calma. Non parla, non commenta: ascolta soltanto», aveva detto all’inviato del New Yorker. Secondo uno studio pubblicato nel 2018 da IranPoll e dall’Università del Maryland, l’83% degli iraniani intervistati aveva un’opinione favorevole di Soleimani, superiore persino a quella del presidente Rohani e a quella del capo della diplomazia Zarif.  «Soleimani – annota Pierre Hasky, direttore di France Inter – era una figura mitica della rivoluzione islamica, una sorta di Che Guevara iraniano, protagonista della vittoria dell’ayatollah Khomeini nel 1979 e diventato l’incarnazione del fervore e del messianismo della rivoluzione, anche oltre le frontiere iraniane.  Lo abbiamo visto ovunque: in Siria, in Libano, in Yemen e naturalmente in Iraq. Lo abbiamo visto vittorioso tra le rovine di Aleppo, che Bashar al-Assad non avrebbe mai potuto riconquistare senza l’aiuto dei Guardiani della rivoluzione. Lo abbiamo visto a Mosca mentre parlava di strategia con Vladimir Putin. Ma soprattutto Soleimani ha manovrato per anni per aumentare l’influenza iraniana in Iraq, attraverso le stesse milizie sciite che in settimana hanno preso d’assalto l’ambasciata degli Stati Uniti».

I servizi di intelligence occidentali, e con essi quelli arabi e il Mossad israeliano, concordano su un punto cruciale: l’eliminazione di Soleimani da parte americana è il colpo più duro sferrato alla nomenclatura teocratica-militare che regna a Teheran. Perché il sessantaduenne comandante della Forza Quds (lo era dal 1998) reparto di élite dei Guardiani della rivoluzione islamica (i Pasdaran) era lo stratega della penetrazione della mezzaluna rossa sciita in Medio Oriente, sulla direttrice Baghdad-Damasco-Beirut. Non solo: Soleimani era anche al centro della “Pasdaran holding”. Un impero economico, oltre che una potenza militare.

Secondo uno studio recente, i Pasdaran controllerebbero addirittura il 40% dell’economia iraniana: dal petrolio al gas e alle costruzioni, dalle banche alle telecomunicazioni. Un’ascesa che si è verificata soprattutto sotto la presidenza di Ahmadinejad, ma che è proseguita sotto quella di Rouhani. Se si somma il potere diretto di Kamenei a quello, altrettanto pervasivo e radicato della “Pasdaran Holding”, si ha un quadro sufficientemente nitido su un regime teocratico-militare che si è fatto, per l’appunto, sistema. Un sistema che ha sempre più condizionato le politiche della Repubblica islamica dell’Iran. Per sostenere direttamente il regime di Assad, l’Iran, come Stato, attraverso le proprie banche, ha investito oltre 4,6 miliardi di dollari, che non includono gli armamenti scaricati quotidianamente da aerei cargo iraniani all’aeroporto di Damasco, destinanti principalmente ai Guardiani della Rivoluzione impegnati, assieme agli hezbollah, a fianco dell’esercito lealista. Non basta.

Almeno 50mila pasdaran hanno combattuto in questi anni in Siria, ricevendo un salario mensile di 300 dollari. Lo Stato iraniano ha pagato loro anche armi, viaggi e sussistenza. E così è avvenuto anche per i miliziani del Partito di Dio. E al centro di questo impero c’era Qassem Soleimani. Un impero che ruota attorno alla Forza Quds un network esteso in tutto il Medio Oriente, con forze in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Per esse, Soleimani è diventato il “Martire” da vendicare. Il leader sciita iracheno Moqtada al-Sadr ha già dato ordine ai suoi combattenti, su Twitter, di “tenersi pronti”, riattivando così la sua milizia ufficialmente dissolta da quasi un decennio e che aveva seminato il terrore tra le fila dei soldati americani in Iraq. E vendetta promettono Hamas e la Jihad islamica palestinese, come Hezbollah libanese. Da comandante-ombra a shahid per cui immolarsi: Qassem Soleimani fa paura anche da morto.