Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, con la sua aria da dandy sdegnoso, ha liquidato le parole di fuoco trasmesse su YouTube da Yulia Navalnaya come quelle di una povera disgraziata fuori della grazia di Dio: “È un povera vedova da due giorni, non vogliamo commentare le sue parole”. Circola molto sdegno annoiato fra i putiniani del mondo, che trovano deplorevole l’impulso a dichiarare Putin colpevole di aver voluto la morte di Navalny, suo unico e ultimo avversario politico. È vero: chi può esser certo che sia stato lui a farlo prima avvelenare, poi arrestare, torturare e condannare a 19 anni per “estremismo” in regime carcerario nel gulag noto come “Lupo Polare”, in cella con un pazzo furioso che urlava giorno e notte facendo i propri bisogni ovunque…

Navalny era fiaccato dalle continue punizioni: per non aver messo le mani dietro la schiena durante la marcia, per non aver allacciato le scarpe nel modo prescritto. Venivano madre e moglie a trovarlo e lui sapendo di essere sempre ascoltato – l’ultima volta il 12 febbraio – si divertiva a sorridere e dire che stava benissimo. La madre oggi implora Putin di concederle di avere il corpo di suo figlio dopo l’autopsia, e nessuno le risponde. Quale è la causa del decesso? Sul referto è scritto “morte improvvisa”. I giornali di tutto il mondo pubblicano la lista cimiteriale di tutte le vittime a cominciare da Anna Politkovskaja abbattuta davanti all’ascensore tornando dal mercato, nel giorno del compleanno di Putin. O Alexander Litvinenko assassinato a Londra con una dose di isotopo radioattivo del Polonio, per cui fu affidata l’inchiesta al più noto e stimato dei giudici, sir Robert Owen, il quale concluse la sua inchiesta con una sentenza che indicava come mandante Vladimir Vladimirovic Putin, ex tenente colonnello del KGB, poi insediato al Cremlino da Boris Yeltsin su indicazione dello stesso KGB, ribattezzato come FSB.

Navalny era un moribondo consapevole, ma un moribondo che batteva sempre il Cremlino al gioco dei social, dei messaggi pieni di documenti sulla corruzione del regime e del circolo degli oligarchi che lo circonda e che è sia la sua forza che la sua debolezza. Evgenij Prigozhin, il suo mercenario di fiducia che finì su un aereo già riempito di esplosivo, aveva accusato il suo ex amico Putin di aver commesso un “errore criminale” invadendo l’Ucraina, perché – disse – aveva eseguito le richieste degli oligarchi che volevano le licenze di sfruttamento. Navalny non poteva ormai che essere ucciso dopo il fallimento di ogni misura di restrizione: i suoi avvocati sono stati arrestati o uccisi. Ma lo spavaldo ribelle anche dalla sua cella di ghiaccio e crudeltà seguitava a trasmettere e la sua rete capillare a diffondere. Oggi l’erede del suo meticoloso lavoro di denuncia è sua moglie Yulia che ha chiamato la Russia intera ad unirsi con lei in un unico pugno che spazzi via il circolo “degli assassini, dei ladri e dei malfattori che hanno messo in ginocchio il nostro paese”.

Oggi la sua scomparsa è una perdita non del tutto irreparabile perché negli ultimi quattro anni ha istruito una intera generazione su come usare YouTube, Telegram e la sua stessa piattaforma che aveva messo a punto durante la sua convalescenza in Germania dopo essere stato avvelenato: fu lì che creò una fortezza elettronica attiva sia in Russia che all’estero. Avrebbe potuto restare in Germania ma nel 2021 decise di tornare esponendosi all’arresto e alla morte, perché sapeva che la rete della resistenza aveva bisogno di lui, sia pure in prigione, ma in campo perché dal Cremlino era partito l’ordine di stringere le maglie ed eliminare tutti i leader più popolari fra i dissidenti: non solo Litvinenko e la Politkovskaja, ma anche Boris Nemtsov, abbattuto a revolverate sotto il Cremlino e Vladimir Kara-Muza, sopravvissuto a due avvelenamenti ma ancora vivo in prigione. La rete è rimasta, Yulia dice di averne preso la guida e l’emozione per la morte di Alexis ha scosso ogni villaggio dell’impero.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.