La basilica di San Marco, in fondo alla piazza invasa dall’acqua, sembra proprio, come hanno scritto i nostri poeti, una nave che sta per salpare. Si staccherà dalle fragili fondamenta e prenderà il largo verso la laguna trasformandosi nell’urna funeraria che Giambattista Tiepolo immaginò nella sua gondola smarrita nella nebbia.

Questa visione apocalittica ieri notte non sembrava il delirio di Gustav von Aschenbach, l’insonne protagonista di Morte a Venezia di Thomas Mann, bensì la cronaca vera di quello che stava succedendo nella città più bella del mondo, sfregiata dall’incuria umana, mortificata dalla sostanziale inefficacia, se non addirittura indifferenza, amministrativa. Per ridurre a un lago il salotto d’Europa, che Napoleone avrebbe voluto eleggere a sua dimora esclusiva, è bastata la pioggia.

Che ne dici, piccola Greta? Eri stata tu, sapiente e lungimirante, il nostro Grillo Parlante, ci avevi dispensato i buoni consigli, ma noi resteremo per sempre il Paese di Pinocchio: vogliamo mangiare e bere a sbafo, rifiutiamo l’impegno e non esitiamo a darti una simbolica martellata. È chiaro che si tratta di problemi grossi, impossibili da risolvere all’istante, in quattro e quattr’otto. I ghiacci che si staccano dall’Artico, il buco dell’ozono, il degrado idrogeologico terrestre, purtroppo a molti di noi sembrano ancora moniti distanti, invenzioni fantascientifiche, eventi fatti apposta per restare inascoltati.

Quando invece il cosiddetto dissesto climatico arriva sotto casa, con frane e alluvioni, è più difficile far finta di niente. Di colpo riscopriamo il senso più profondo del concetto di “bene comune” sul quale tanto insiste Papa Francesco. Non è forse quella la più grave responsabilità disattesa da chi ci governa?

Venezia non è soltanto il capoluogo del Veneto, non può essere semplicemente il luna park cattura-turisti che purtroppo è diventata. Dovremmo considerarla uno dei cuori del mondo, patrimonio collettivo, radice dell’Occidente, lampada planetaria, allo stesso modo di quanto avviene con la foresta amazzonica che, nonostante i miopi e inetti proclami nazionalistici di Bolsonaro, rappresenta i polmoni attraverso cui noi tutti respiriamo.

Allora perché, quando parliamo di politica, i nostri linguaggi sono così mediocri e miopi?
I dibattiti televisivi assomigliano, per restare in tema veneziano, alle baruffe chiozzotte goldoniane dove ognuno cerca di spararla più grossa dell’altro per meglio figurare e ottenere maggiore consenso: non ci sono visioni ampie in prospettiva, strategie a lungo termine, obiettivi di portata epocale, analisi profonde; tutto si riduce a un contrasto condominiale. Vinco io, vinci tu. Ma la posta in palio dovrebbe indurci a fare maggiore attenzione.

È il trionfo dell’ipocrisia. L’atrofia del campiello. Poi quando i vaporetti sono scaraventati a riva dalla tempesta, l’acqua invade la cripta delle chiese, le storiche calli diventano una piscina, persino il mitico hotel Gritti dove Ernest Hemingway si scolava i suoi cocktail assomiglia a un pantano, d’improvviso ci rendiamo conto delle nostre inadempienze, dei compiti non svolti.
Questo è il saldo delle negligenze. Se tutti intervenissero quando vedono l’oltraggio di un principio in cui credono, senza passare indifferenti di fronte al male umano, l’Italia non sarebbe ridotta com’è.

Navighiamo sulla stessa zattera della Medusa, al naufragio nessuno potrà scampare, è proprio il caso di ribadirlo: quello che succede a te, riguarda anche me, non posso essere felice se l’infelicità colpisce chi mi vive accanto. Si tratta di una condizione spirituale che andrebbe assunta come primaria: perché non vogliamo capirlo? Mentre Venezia affonda sotto l’alta marea, le agenzie di stampa battono la notizia che la Nasa avrebbe individuato per la prima volta indizi della presenza di ossigeno su Marte.

Forse non siamo soli a questo mondo. Oppure una vita sul pianeta rosso c’è già stata ed è finita. Non saremmo incamminati in quest’ultima direzione anche noi?