Dovrebbero essere il fiore all’occhiello di uno Stato presente sul territorio contro le mafie. In realtà la maggior parte dei beni confiscati alla criminalità organizzata sono miseramente abbandonati, occupati abusivamente o in alcuni paradossali casi, attraverso prestanome, ritornano nelle mani dei boss. Basta recarsi a Palermo, nel quartiere popolare Borgo Vecchio a pochi passi dal porto, in via Domenico Scinà 73-77, per scattare una fotografia aggiornatissima di un bene confiscato a Cosa Nostra la cui storia – tra le indolenze dell’amministrazione comunale e di alcuni magistrati – potrebbe essere degna di un soggetto pirandelliano. Anche perché l’immobile tolto ai boss non è solo un affare di Stato: in mezzo, infatti, c’è la famiglia di un professore in pensione che, per ragioni di sicurezza, preferisce rimanere anonimo. Ma andiamo con ordine.

I boss: “Riprendiamoci il palazzo”

È il 2002. Il grande immobile risalente al Novecento viene confiscato alla mafia. Secondo i magistrati, dietro un prestanome, si nasconde Pietro Vernengo, pezzo da novanta del mandamento mafioso di Santa Maria di Gesù. Dal provvedimento di confisca rimane escluso il 3 per cento, l’equivalente di due mini appartamenti, che vengono acquistati, nel 2003, da privati. Ad occuparsi realmente del palazzo, chiavi in mano, sono l’imprenditore Giuseppe Migliore – deceduto l’anno scorso durante un’immersione subacquea – e la moglie, avvocato, Carmela Pecoraro. Nel dicembre 2011 scatta l’operazione “Pedro”, un blitz antimafia che colpisce la cosca di Porta Nuova-Borgo Vecchio. Durante il processo spunta anche il nome di Migliore: le cronache riportano una fotografia che lo immortala seduto allo stesso tavolo col gotha della cosca di Porta Nuova. Il boss Tommaso Di Giovanni lo presenta dicendo: «Migliore è persona mia. Ci propone di acquistare questo palazzo dallo Stato (in via Scinà, ndr) lui ha concordato il prezzo per 1 milione e 250 mila euro». Il blitz, però, fa saltare i piani a Di Giovanni e soci. Migliore viene condannato definitivamente per tentata intestazione fittizia di beni. La moglie rimane in carica come amministratore condominiale.

Abusivismo e violenza

Nel 2015 al Comune di Palermo vengono assegnati dall’Agenzia nazionale dei Beni confiscati diciotto appartamenti. Due tra questi appartengono alla famiglia del professore, che quando viene a conoscenza dell’assegnazione al Comune, resta sorpreso: «Avevo chiesto all’amministrazione – racconta – di permutare i miei due appartamenti, più volte svaligiati e occupati abusivamente, ma la richiesta non è stata accettata. Così ne rimango proprietario ma non posso più disporne, sono beni di difficile gestione». Da anni sta cercando, a suon di lettere, mail e telefonate, di trovare un accordo con l’amministrazione comunale per liberarsi degli appartamenti. Ma finora niente è cambiato. Anzi, la situazione all’interno di quell’immobile in degrado – che dovrebbe essere presidio di legalità – continua a essere incandescente. Lo scorso novembre il professore ha denunciato due occupazioni abusive e un’intimidazione subita: «Sono preoccupato per me e per la mia famiglia. Questa situazione va avanti da troppo tempo e pare non interessi a nessuno», dice. Ansia che cresce quando, poche settimane fa, l’inquilino di uno dei suoi appartamenti viene brutalmente aggredito da alcuni soggetti che volevano occupare abusivamente la casa.

E lo Stato che fa?

Il docente, ormai da anni, combatte la sua personalissima guerra contro un’antimafia di facciata. Ha più volte chiesto all’amministrazione comunale un confronto, ma le sue richieste non hanno ricevuto risposta. Inoltre ha presentato diversi esposti alla magistratura per denunciare quanto avviene nell’immobile di via Scinà. Ma lo scorso novembre il fascicolo è stato archiviato dal pm Francesca Mazzocco. Dopo l’opposizione alla richiesta d’archiviazione, le carte – già da mesi – sono sul tavolo del gip Fabio Pilato. Intanto nei giorni scorsi il curatore dell’Agenzia dei Beni Confiscati, Fabrizio Abbate, ha fatto sapere “di non poter esprimere alcuna delibera in quanto non è pervenuto alcun esito di deleghe”. Tradotto: l’agenzia non ha fatto sapere nulla ad Abbate. Che promette, nelle prossime settimane, di prendere contatti con l’Agenzia, col prefetto di Palermo e col Comune di Palermo. Per ripristinare la legalità in una vera e propria zona franca “che allo Stato non sembra interessare”, conclude amaro il professore.