Dieci anni fa l’inizio di un incubo. E solo due anni fa la sua fine. Nel mezzo, sei mesi trascorsi tra carcere, domiciliari e un obbligo di dimora a 300 chilometri dalla propria casa e i propri affetti, e otto anni spesi per dimostrare di essere innocente, affrontando interrogatori e perizie, udienze e processi. La storia di Marco Esposito è la storia di una serie di errori giudiziari. Tutto inizia quando, verso l’una della notte tra il 3 e il 4 giugno, in via Vespucci a Napoli, un’auto travolge lo scooter su cui le sorelle Pasqualina e Valeria Petrone stanno rincasando dopo il lavoro in una pizzeria del centro storico. Pasqualina muore quasi subito, la sorella dopo un anno di sofferenze. Quella stessa notte Marco viene prelevato dalla sua casa e portato nella caserma dei vigili urbani.

La Lancia Y che ha causato l’incidente è la sua, ma lui continua a ripetere di averla prestata, ormai da due settimane, all’amico di vecchia data, che è anche il collega con cui lavora. Marco, al tempo, è un consulente finanziario. Ripete la sua verità su quella notte anche al pm ma dopo ore di interrogatorio si ritrova in cella a Poggioreale assieme ad altre nove persone. «Ricordo l’umiliazione delle perquisizioni continue e i lunghi corridoi dove bisognava camminare tenendo sempre le mani dietro alla schiena per non essere ripresi», ricorda Marco. «Ho trascorso 19 giorni a Poggioreale. All’inizio riuscivo a mettere la testa sul cuscino perché ero innocente e sicuro di poterlo dimostrare. Ma dopo la prima settimana e la prima istanza di scarcerazione respinta, iniziai a provare sconforto».

I reati contestati a Marco sono duplice omicidio, omissione di soccorso e calunnia. Sì, perché avendo fatto il nome dell’amico a cui aveva prestato l’auto, si prende anche quest’accusa. Pm e investigatori continuano a non credere alla versione che Marco ripete come un mantra perché è l’unica verità che conosce. «Dopo 19 giorni in carcere mi concessero i domiciliari, ma a Pescara dove sono stato per sei mesi. E poi per un anno, dopo la scarcerazione, non ho potuto avere la patente. Inutile dire che tutto questo ha avuto ripercussioni drammatiche sulla mia vita personale e professionale – racconta – Ero sposato e al tempo i miei figli avevano uno e quattro anni. Mi sono separato e ho dovuto cambiare lavoro». Quello che Marco credeva amico, intanto, non si fa più vedere né sentire. Si fa invece avanti uno sconosciuto che dice di essere testimone oculare dell’incidente e accusa Marco senza incertezze.

Lo riconosce e dice che altrettanto potranno fare due finanzieri che avevano assistito alla scena dallo stesso bar in cui era lui. In udienza, però, i due finanzieri non confermano. Gli errori, intanto, in questa storia si sommano. Marco, assistito dall’avvocato Cesare Amodio, chiede di poter vedere il filmato delle telecamere che su via Vespucci hanno ripreso lo scontro, ma scopre che il dischetto è stato sovrascritto per sbaglio e riporta le immagini della notte successiva a quella dell’incidente. Allora porta in Procura le immagini delle telecamere della Fondazione di don Luigi Merola, il prete noto per il suo impegno sociale e contro la camorra. Marco abita accanto alla sede della Fondazione e con le immagini della videosorveglianza della sede può dimostrare che la notte dell’incidente non è mai uscito di casa, che è entrato alle 8 di sera del 3 giugno assieme a moglie e figli e ne è uscito solo il giorno dopo, con i vigili urbani al seguito.

Ma accade che chi indaga mette agli atti le immagini del cortile della Fondazione e non quelle della strada, e Marco in quelle immagini interne alla Fondazione non può esserci. C’è voluta una lunga battaglia legale per far riconoscere quello e gli errori, e ci sono voluti anni prima di arrivare alla sentenza che ha riconosciuto l’innocenza di Marco, con tante scuse ma ancora senza alcun risarcimento. Intanto chi era alla guida dell’auto che causò l’incidente è stato condannato, in primo grado a quattro anni e in secondo a due. E non farà un giorno di carcere.