Ventitré anni per chiudere il processo in primo grado e arrivare a una sentenza che non è nemmeno definitiva, perché ci sono ancora il grado di Appello e quello in Cassazione da celebrare e l’iter potrebbe protrarsi ancora per altri dieci anni. Ventitré anni per dare una risposta di “giustizia” ai cittadini imputati di essere capi e gregari di un clan di camorra della periferia a nord di Napoli (gli Stabile di Chiaiano) e a quei cittadini vittime delle loro angherie, dei soprusi nella gestione delle case popolari, del controllo delle strade dove si vendeva la droga.

Dalle indagini emerse che il clan aveva anche una stanza delle torture. Ma i fatti sono talmente datati che entrare nel merito di ricostruzioni accusatorie o difensive appare ormai anacronistico. Resta un dato: la sentenza di primo grado è stata emessa mercoledì sera dopo 23 anni di processo. “So solo che non avrò il tempo di rifarne un altro uguale”, commenta con un velo di ironia l’avvocato Gennaro De Falco, difensore di tre imputati assolti, dedicando sui social un pensiero anche ai colleghi Domenico Ducci e Sebastiano Fusco: “Hanno condiviso con me questo processo, ora non ci sono più e dedico a loro questa vittoria”.

Quanta vita è scorsa dietro le quinte di questo dibattimento infinito, esempio di una giustizia sul senso della quale ora ci si interroga. Che giustizia è quella che arriva a così tanto tempo dai fatti? Era il 1997 quando le indagini arrivarono a una svolta e gli ordini di arresto firmati dalla Dda ed eseguiti dalla squadra mobile raggiunsero il gotha della camorra di Chiaiano, i cosiddetti “capelloni”, i fratelli Stabile.

Associazione camorristica e droga, i principali capi di imputazione nel processo dinanzi ai giudici del tribunale. Lo stralcio con gli omicidi che segnarono faide e vendette finì davanti alla Corte di Assise e ha avuto un corso diverso. La prima udienza in tribunale nel 2000, poi vent’anni di udienze fra cambi di collegi, giudici incompatibili, pm che si sono alternati, fascicoli da recuperare, attività istruttorie ricominciate da zero e persino un collaboratore di giustizia improvvisamente uscito dal programma di protezione e da trovare per sentirlo in aula.

Gli imputati nel frattempo furono tutti scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Si è arrivati così all’altro ieri. La sentenza è stata emessa dal giudice Francesco Pellecchia della prima sezione penale: i cinque fratelli Stabile sono stati condannati a pene tra i 26 e i 20 anni di carcere, altri sei imputati a 13 e 12 anni di reclusione, quattro gli assolti.

“A cosa serve una sentenza a 23 anni dai fatti? A cosa serve alla società, a chi è stato condannato, a chi è stato assolto?”, commenta Luigi Bobbio, l’ex pm della Dda napoletana che coordinò le indagini nel 1997. “Mi viene da pensare che è una giustizia formale, o forse nemmeno formale, di sostanziale ha ben poco. Non è più un rito ma solo un rituale”, aggiunge augurandosi una riforma “di tutta la struttura della giustizia che abbia tra i suoi primi obiettivi il fortissimo contenimento del potere di interpretazione dei giudici” perché, aggiunge Bobbio, “una grande criticità è che il codice di procedura penale è ormai snaturato dalle infinite modifiche interpretative introdotte attraverso le sentenze più o meno creative della Cassazione”.

“Oggi ci troviamo con il tema parallelo della giustizia che non sembra più un servizio pubblico essenziale perché è in stallo in tutta Italia, mentre nel Paese tutto riparte – afferma Ermanno Carnevale, presidente della Camera penale di Napoli a proposito dei tempi resi ancora più lunghi dai ritmi lenti della ripresa nella fase 2 dell’emergenza Covid e ragionando sugli effetti della riforma sulla prescrizione introdotta a gennaio scorso – È una situazione decisamente preoccupante”.