Mettiamola così. Un padre spende soldi per rimediare ai disastri combinati da un figlio più che scapestrato. Passa il tempo, il genitore si ritira e garantisce ai creditori che il figlio onorerà ogni impegno. Invece, quando si tratta di saldare il conto, il rampollo che fa? Fa sapere ai creditori che non sborserà un solo euro e che, tutt’al più, a pagare sarà suo padre. Questo accade quando il figlio si chiama Comune di Napoli e il padre è lo Stato italiano. La giunta guidata dal sindaco Luigi de Magistris ha approvato una delibera con la quale stralcia dal proprio bilancio e accolla allo Stato i debiti maturati durante cinque gestioni commissariali.

Un atto “rivoluzionario”, come lo ha puntualmente spacciato il primo cittadino, o una sterile prova di finanza creativa? “Pura demagogia, un provvedimento senza alcuna efficacia giuridica ma pur sempre capace di portare a conseguenze devastanti”, attacca Michele Saggese che il bilancio di Napoli lo conosce bene avendo ricoperto la carica di assessore al ramo dal 2009 al 2011. Già, le conseguenze. Che cosa succederebbe se ciascun Comune potesse cancellare i propri debiti? “Tante imprese che vantano crediti nei confronti delle pubbliche amministrazioni finirebbero sul lastrico – aggiunge Saggese – e i lavoratori perderebbero il posto”. Al netto degli effetti, la delibera approvata dalla giunta corona anni in cui le finanze comunali sono andate progressivamente deteriorandosi fino a sprofondare nel baratro di un disavanzo record da due miliardi e 700 milioni. Qualche esempio? Nei piani comunali si dichiarano entrate derivanti dalla vendita di cespiti del patrimonio per più di un miliardo di euro.

Alla fine, però, il valore degli immobili venduti non ha superato il due per cento del totale in otto anni nonostante, tra il 2011 e il 2012, la Romeo Gestioni fosse riuscita ad alienare cespiti per 108 milioni di euro in soli otto mesi. E le multe? Nei bilanci degli ultimi anni il Comune ha previsto la riscossione di circa 450 milioni di euro. La previsione si è concretizzata? No, tanto che le statistiche rivelano come Napoli sia in grado di riscuotere meno del 20 per cento di quanto autisti e centauri indisciplinati dovrebbero pagare. “Se l’amministrazione fosse riuscita a realizzare completamente il piano di dismissione degli immobili e a incassare i soldi delle multe – aggiunge Saggese – avrebbe coperto quasi la metà del suo debito complessivo. Invece non ha seguito nemmeno una politica di spending review: nonostante il numero dei dipendenti sia passato da 13mila a 5mila dal 2007 a oggi, l’esborso per collaborazioni, servizi e partecipate è aumentato fino a far lievitare la spesa complessiva ben oltre i due miliardi l’anno”.

Insomma, anni di politiche di bilancio scellerate: così de Magistris lascerà in eredità una Napoli non “libera” ma malata, non “risanata” ma prigioniera del debito, non “città dell’amore” ma città disgregata dall’odio che caratterizzerà i conflitti civili e sociali. “La delibera con cui la giunta stralcia i debiti commissariali dal bilancio – aggiunge Saggese – non è meno grave della sistematica inosservanza del piano di riequilibrio, modificato per ben quattro volte dal 2013 al 2018 e rivelatosi poco più di un libro dei sogni. Se il Comune è ancora in piedi, lo deve ai governi nazionali che lo hanno più volte salvato dal crac”.

Se negli anni è mancata una politica di bilancio equilibrata, capace di offrire alla città una prospettiva seria e credibile di sviluppo, adesso si tratta di mettersi sulla lunga e tortuosa strada del risanamento dei conti. Ammesso e non concesso che ciò sia ancora possibile. Saggese, al pari di tanti altri esperti e addetti ai lavori, è piuttosto scettico. “La situazione economico-finanziaria del Comune è talmente compromessa che non esistono misure capaci di risollevarla – conclude l’assessore della giunta Iervolino – Ogni anno le entrate non bastano a coprire le spese finendo così per alimentare il debito. Pretendere di cancellare gli impegni assunti dai commissari non serve: l’unica soluzione è dichiarare il dissesto, a meno che il governo nazionale non regali almeno due miliardi al Comune”. Ipotesi alquanto remota, soprattutto in tempi di crisi.