La democrazia per legge nei partiti: tempi ormai maturi? Pare di no, ecco le ragioni. Se dobbiamo rispondere alla domanda a partire dagli atti parlamentari, la risposta pare essere negativa, nel senso che la proposta Brescia sulla legge elettorale (Atto Camera 1794), che formalizza l’intesa di maggioranza su un sistema proporzionale con sbarramento del 5%, e che è oggetto di esame in queste settimane presso la Prima Commissione della Camera, non affronta il problema e non vi è nessun’altra proposta all’esame effettivo delle Camere. Da questo fatto obiettivo dobbiamo allora risalire alle possibili cause. La prima è il clima complessivo tra le forze politiche, il contesto in cui esse operano, anche dopo la nascita del governo Conte 2.

La crescita di eterogeneità sull’opzione europea, che era stata unificante dalla legislatura 1976-1979, aumenta la diffidenza reciproca e motiva l’adozione di una formula proporzionale la cui finalità primaria politica obiettiva, al netto delle differenze di impostazioni di studiosi e politici, è che forze antisistema rispetto a quella frattura possano conseguire una maggioranza assoluta in seggi disponendo solo di una maggioranza relativa in voti. Se quindi l’adozione della formula è dettata da una distanza forte su scelte di fondo, da un’eterogeneità su scelte che potrebbero diventare irreversibili, a questo punto la diffidenza reciproca porta anche a evitare interventi sulla vita interna dei partiti, che presupporrebbero serenità e omogeneità. Detto più semplicemente: le stesse ragioni di diffidenza reciproca che portano a un’opzione proporzionale portano anche a non ingerirsi delle dinamiche interne in modo analogo a quanto accadde al momento della genesi della Costituzione con la bocciatura dell’emendamento Mortati-Ruggiero il 22 maggio 1947.

La crescita del consenso sull’interpretazione evolutiva della Costituzione, contro il senso obiettivo dei lavori preparatori, ed anche al di là del testo dell’articolo 49 che non prevede nessun rinvio alla legge, secondo cui il concorso democratico avrebbe potuto comportare una legge che regolasse la vita democratica interna dei partiti, era andata di pari passo con la riduzione delle distanze ideologiche e quindi con la possibilità dell’adozione di sistemi decidenti. Venuto meno il consenso su questa ipotesi istituzionale, viene meno anche l’enfasi sui vincoli legislativi alla democrazia interna. Un sistema fortemente selettivo in cui una maggioranza relativa in voti può tranquillamente trasformarsi in maggioranza assoluta in seggi porta naturalmente con sé l’esigenza di una democratizzazione interna, in modo che tale che ogni potenziale vincitore sia anche contendibile all’interno.

Un sistema che torna fotografico-speculare in cui la formazione dei governi, secondo le classiche modalità archeo-parlamentari, finisce per svolgersi dopo il voto, ha maggiori elementi di delega e quindi si lega di meno all’esigenza di democratizzazione interna. Indubbiamente il paragone con allora, con la genesi della Costituzione, è un’analogia e non può essere forzato oltre modo. Il ricorso alla comparazione potrebbe a prima vista problematizzare il quadro, vista la presenza di forti vincoli legislativi con sistemi fotografici come quello tedesco, ma il sistema elettorale va visto nel suo quadro più complessivo.

In primo luogo vi è la differenza di contesto sulla sfiducia reciproca, e in quel caso i partiti anti-sistema, una volta proibiti e oggi ammessi, sono comunque marginali, e in secondo luogo per le regole complessive, anche convenzionali, anche il sistema tedesco porta complessivamente a conseguenze del tutto prevedibili sulla formazione del governo e della sua leadership. Ovviamente questa prima causa, non spiega perché questa esigenza non abbia invece avuto esito positivo nei decenni presenti dei tentativi di stabilizzazione della democrazia maggioritaria, se non per i noti limitati interventi degli anni recenti che hanno in particolare escluso dal meccanismo del due per mille le forze politiche che non avessero accettato gli standard minimi di legge. Ciò accade perché essa è venuta ad aggiungersi a due cause pre-esistenti.

La prima è la diffidenza verso forme di attivismo di organi giudiziari o comunque di autorità indipendenti diverse dal giudiziario. Ovviamente esso non è comunque escluso anche in assenza di legge, come dimostrano i vari casi legati ai conflitti interni al M5S, ma non vi è dubbio che sarebbe destinato a crescere con norme ad hoc, di cui le forze politiche, alcune più di altre, diffidano.

La seconda è la tendenza alla frammentazione. Essa era già in corso dal 1979 per il progressivo indebolimento dei due partiti maggiori e le vicende post-1989 la stavano ulteriormente incentivando. La legislazione post-1993 ha mirato soprattutto a bipolarizzare, ma non a ridurre la frammentazione, come ben evidenziato dalle diversità per le soglie di sbarramento tra forze coalizzate e non, mentre altre norme come quelle regolamentari continuavano (e continuano) a incentivarla post-voto.

In questa cornice la domanda di democratizzazione nel sistema politico è stata minima poiché ciascuna fazione, rimasta minoritaria nel proprio partito, aveva (ha) comunque l’alternativa di produrre una scissione, anche e soprattutto a partire dalle assemblee elettive. È vero che l’adozione di un sistema con sbarramento alto, specie se affiancato da coerenti conseguenze regolamentari sui gruppi, potrebbe ora rimuovere questa causa. Purtroppo però le altre due, soprattutto la prima, restano e appaiono sufficienti a bloccare questa evoluzione. I decenni di transizione alla democrazia maggioritaria avevano riaperto il dibattito, ma in questa fase, con l’eterogeneità e la diffidenza reciproca che portano di nuovo, sia pure in termini diversi, a un esito proporzionale, almeno per il momento lo richiudono.