Il referendum ha in sé un principio logico fondamentale, sì e no, l’uno o l’altro, «tertium non datur», a meno di un assai improbabile pareggio. Gli artefici della Costituzione ne contemplarono l’uso anche per lasciare al “popolo” un margine d’intervento rispetto alle deliberazioni parlamentari. E però nulla come questo referendum costituzionale sembra esprimere la contraddizione che vi si annida, una contraddizione che viene dalla realtà in cui si colloca il prossimo appuntamento, che a sua volta sembra manifestare un limite intrinseco del ricorso a questa possibilità di espressione di una volontà politica.

Non entro nel merito della scelta, ognuno gode della propria autonomia, quindi se si metterà in discussione il referendum non sarà in relazione a un esito piuttosto che a un altro, quanto al modo in cui esso è intervenuto nell’attualità del dibattito e dei processi decisionali delle istituzioni, e al perimetro della posta che mette in gioco.
Lo hanno voluto fortemente i Cinque Stelle, in coerenza con la pulsione populista che voleva chiudere con “il ricorso al popolo” una deliberazione sulla riduzione del numero dei parlamentari che, in seconda lettura, al Senato, aveva ottenuto la maggioranza assoluta ma non quella qualificata dei due terzi. Un cavallo di battaglia, sulla retorica del “mandiamoli a casa” (almeno in parte, con qualche sforbiciata..), del “meno Palazzo e più Piazza”, del costo parassitario delle istituzioni, per cui già a tagliare e risparmiare. Senza interrogarsi sulla congruità o meno del numero, che non nasce da un artifizio matematico ma dovrebbe discendere da un serio ragionamento sul rapporto tra popolazione e rappresentanza, per cui quel numero non è un assoluto ma è o dovrebbe essere sempre relativo alle circostanze storiche, sociali e politiche di un Paese.

E invece ecco quella pulsione antistatalista, oltretutto con l’automatismo della semplificazione per cui istituzioni uguale “casta e privilegi”, e un “castello” se non da tirare giù, quanto meno da ridimensionare, magari coltivando il sogno segreto della democrazia plebiscitaria via Internet. Nulla quaestio che l’oggetto del referendum fosse solo un pezzo di una manovra costituzionale che avrebbe dovuto – i condizionali si sprecano in questa storia – essere complessiva e sistematica, e guardare a un incastro compatibile delle parti, tenendo conto della storia e delle necessità imposte dal cambiamento profondo a cui il sistema democratico in quanto tale è sottoposto. Invece, dalla montagna è uscito il topolino del numero dei parlamentari, con il viatico di un presumibile, oceanico consenso popolare. E qui sta una delle contraddizioni, il referendum usato come potenziale e sbandierato grimaldello, applicato a un segmento-slogan in luogo di una riforma che latita su tutti i fronti, dalla funzione delle Camere alla riforma elettorale.

Ma il problema è ancora più profondo, perché – al di là delle logiche populiste – questa convocazione dice di un sistema che negli anni, per tanti, troppi anni, non è riuscito a mettere in cantiere una rivisitazione della Costituzione per quanto riguarda la rappresentanza e i poteri del legislativo e dell’esecutivo, insomma del rapporto tra Cittadino e Istituzioni. Tutto si è bloccato in una palude di veti, contrapposizioni, altolà, pregiudiziali, interessi di piccola bottega mascherati da principi inossidabili. A testimoniare paradossalmente che il motivo per cui si doveva (e si deve) andare a un cambiamento strutturale è lo stesso per cui quel cambiamento non si mette in moto. Un sistema bloccato non riesce a uscire dalla sua inerzia compromissoria, poco o nulla lungimirante, e dunque diventa l’ostacolo per il salto di qualità che lo dovrebbe rigenerare. Si dirà che per questo arriva il referendum!

Già, se non fosse segnato in partenza da questo vizio di coda residuale che di un tema fondamentale, delicato e strategico come nessun altro, ha operato una reductio ai minimi termini, per giunta da decidere con la sommarietà brutale di un sì o un no. Prendere o lasciare, la roulette è partita e prendetevi quello che ne uscirà. Tralascio il cortocircuito per cui la logica populista che soprintese alla decisione di indirlo si è ormai consumata e il referendum rischia ormai di essere solo il puntello di un fu movimento in crisi di rappresentanza.

E qui mi pare si inserisca un’altra, grave, contraddizione su cui vale la pena di una riflessione. Si è accennato ai motivi che portarono a introdurre lo strumento del referendum nella Costituzione, ebbene non credo che i Padri pensassero a uno smodato, tattico e congiunturale. D’altronde anche la storia ce lo ricorda, basti pensare al referendum sul divorzio. Voglio dire che alla cittadinanza tutta – preferirei usare questo termine – si ricorre quando sono in ballo questioni di principio fondamentali e, in ogni caso, dopo che il lavoro parlamentare abbia dissodato il terreno e costruito un testo all’altezza delle problematiche e dei diversi punti di vista messi in gioco. Abbiamo assistito in questi anni agli usi più impropri e surdeterminati del referendum e in questo modo lo abbiamo svilito e impoverito nella percezione collettiva, al punto che ormai si rischiano percentuali minimaliste di votanti. Di una possibilità importante, da gestire con sobrietà e consapevoli della eccezionalità del gesto, abbiamo fatto un escamotage e un alibi.

Andremo a votare, non andremo a votare, in ogni caso il risultato ha due alternative: nel caso della vittoria dei sì, un brodino non sostanziale per alcuni il primo passo, per altri, una pietra tombale sulla riforma, oppure, nel caso dei no lo status quo. In ogni caso, un’occasione tutta al ribasso, colpevolmente incapace di accendere nella collettività un dibattito partecipato, denso e articolato, di smuovere le passioni dei cittadini senza le quali la politica è un esercizio del potere remoto, insomma di rigenerarla con la vita senza la quale una Carta inaridisce su se stessa. Quale che sia il risultato, positivo o negativo a seconda dei punti di vista, domenica rischia di perdere la Costituzione e il valore vitale che, aperto a un cambiamento inderogabile, deve alimentare la nostra democrazia.