Sarà che i fenomeni mi piace coglierli dalle radici, sarà che ai professori si delega anche il compito di custodire la memoria. «Ma c’è internet», direte. Errore: nel web sta tutto e quindi troppo. A noi tocca dare il senso critico delle vicende, ma provo a guardare al taglio dei parlamentari e a quanto al Parlamento si vorrebbe sostituire da lontano concentrandomi su alcuni momenti del passato. Nell’età della Repubblica di Weimar si confrontarono due giganti – tra gli altri – del diritto costituzionale.

Hans Kelsen già dall’infanzia viennese, cioè cent’anni fa, registrava insoddisfazioni e critiche sul funzionamento del Parlamento del quale era peraltro un grande difensore e proponeva, per superare la disaffezione degli elettori, il referendum popolare consultivo sulle leggi (nella nostra Assemblea Costituente, del resto, anche Costantino Mortati puntò – benché certo non fosse un kelseniano – su un uso intenso dello strumento, accolto invece nel testo finale con parsimonia), l’iniziativa legislativa popolare, la riduzione delle immunità di funzione degli eletti, sentite dal cittadino comune come privilegi. Il suo grande avversario dell’epoca, Carl Schmitt, aveva addirittura previsto che un giorno si sarebbe potuto inventare un marchingegno per sondare le opinioni dei cittadini su ogni questione e farli decidere in merito, ma aggiungeva che questo non avrebbe comportato l’esaltazione della politica come decisione comune, bensì la somma algebrica degli individualismi. Un altro momento importante è il 1975. Esce negli Stati Uniti La crisi della democrazia. Rapporto alla Commissione Trilaterale, che Franco Angeli pubblicherà da noi due anni dopo, con una prefazione firmata da Gianni Agnelli.

L’ idea è quella di deprimere le istanze di emersione dei nuovi bisogni collettivi (il ’68 era passato da poco), con le sedi e occasioni della loro rappresentanza, privilegiando strumenti tecnocratici per la risposta a quelli comunque filtrati dal sistema. Poco dopo, nel 1979, il segretario socialista Bettino Craxi lancia il tema della Grande Riforma delle istituzioni, muovendosi nella medesima direzione. Da allora il riformismo costituzionale accelera: seguiranno le varie e fallite Commissioni Bicamerali (Bozzi, 1983 – 1985; De Mita – Iotti, 1993 – 1994; D’Alema, 1997 – 1998), intersecate prima dai referendum abrogativi elettorali di Mario Segni (1991 – 1993), vano tentativo di transizione alla democrazia bipartitica e maggioritaria.

Poi sarà la volta dei referendum costituzionali: sulla riforma del titolo V da parte del centrosinistra (2001, approvato benché essa fosse largamente imperfetta e verrà corretta dalla giurisprudenza costituzionale, oltre che premessa della sciagurata “secessione morbida” sognata dai cosiddetti governatori del Nord del centrodestra), su quella cara al governo Berlusconi (2006, respinto) e ancora del centrosinistra (la legge costituzionale Renzi–Boschi sepolta nel 2016 dai no dell’elettorato). In mezzo tra il secondo e il terzo, i tentativi della cosiddetta bozza Violante (2007) e della commissione Letta (2013), entrambi abortiti.

Sul campo di battaglia, in una storia ormai quarantennale di velleità e goffaggini, restano – lo si dice con l’approssimazione della sintesi – il fantasma del perseguimento ossessivo della “governabilità” in danno della “rappresentanza”, la ricerca sempre frustrata di differenziare il nostro originario bicameralismo perfetto, tentativi confusi e ispirati a logiche fra loro contraddittorie di sistemare razionalmente il rapporto tra Stato e Regioni, soprattutto la perdita dell’illusione che si possa procedere in materia con riforme costituzionali “organiche”. Assieme alla buona fede di qualche utopista, progressivamente emerge anche la malafede di usare il riformismo costituzionale per regolare conti politici, come se il tempo di una Costituzione, ossia la lunga durata e quello contingente di vita sempre stentata di un governo fossero sovrapponibili.

E siamo all’oggi, col taglio dei parlamentari che è una riforma “spezzatino”, ma di cui non sono da sottovalutare affatto gli effetti sistemici: come ha ben dimostrato ieri Marco Plutino su queste colonne, sottorappresentazione di aree rurali o comunque meno popolose (Abruzzo, Molise, Calabria, soprattutto la Basilicata e le aree interne campane, ma perfino la Sicilia), collegi più grandi che necessiterebbero di maggiori finanziamenti alle campagne elettorali, dunque campo libero alle lobbies, che nel Sud sono anche – come diciamo a Napoli – capisce ‘a mme. E siccome il taglio nasce da una cultura antiparlamentare e populista, tutta democrazia diretta e investitura del capo di turno da parte del popolo contro la casta, vera o presunta, mano franca anche ai demagoghi e ai cacicchi mediatori di voti. Come se nel territorio che incomincia oltre il Garigliano, non troppo ricco di agenzie e di gruppi di opinione non clientelari, a dirla ancora nella nostra bella lingua, stevene scarze.