Siamo a pochi giorni dalla consultazione referendaria per il cosiddetto taglio del numero di deputati e senatori. Una modifica della Carta Costituzionale alla quale in Parlamento hanno aderito pressoché tutte le forze politiche, convinte che i cittadini avrebbero approvato a larghissima maggioranza il taglio. In realtà, negli ultimi tempi, si è acceso un dibattito che sta facendo crescere il dissenso a questa modifica. Un dissenso che viene definito “trasversale” perché coinvolge l’intero arco degli schieramenti politici, persino all’interno degli stessi Cinquestelle e della Lega che ne avevano fatto una bandiera. Ma, sebbene la prima “motivazione” del taglio da parte dei fervidi propugnatori sia di carattere “economico”, e cioè i risparmi che si otterrebbero (risparmi che in realtà sono irrisori e più che compensati dagli incrementi già prevedibili di staff e funzionari, come dimostrato dagli economisti dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli), ebbene ciò che manca in questo dibattito è proprio la valutazione delle reali conseguenze economiche di un tale taglio, valutazione che vada oltre la “tazzina di caffè” all’anno.

Mancano soprattutto le “voci” dei protagonisti della nostra economia, diversamente da ciò che è accaduto, per esempio, per la scorsa campagna referendaria, quella del 2016. In quel caso tutte le forze economiche e sociali intervennero nel dibattito. All’epoca Luigi Abete, past-president di Confindustria, così espresse la sua sollecitazione: «Il ceto dirigente ha il dovere di non nascondersi e ha l’obbligo morale di esprimersi su ciò che ritiene sia giusto o sbagliato per il futuro del Paese. Il referendum costituzionale è un appuntamento cruciale e un ceto dirigente dovrebbe anche spendersi in prima persona».

Ecco, tutto questo interesse del mondo economico nei confronti della modifica costituzionale manca completamente. Addirittura il presidente degli Industriali Bonomi lo cita solo quando, lamentando la scarsa attenzione del governo per l’economia del Paese, afferma: «Intanto la politica si attiva solo per tagliare i parlamentari, non oso immaginare come sarà dopo». Pure i risvolti economici di questa riduzione sono significativi. In primo luogo, il taglio dei parlamentari renderà ancor più lento il processo di produzione delle leggi che, ricordiamo, continueranno ad avere bisogno del doppio passaggio parlamentare. Inoltre, se già oggi la produzione legislativa in materia economica è eccessivamente demandata al governo, con il taglio questa tendenza si inasprirà. Il che rende la normazione molto concentrata sul prelievo e sulla spesa, sull’intervento pubblico nell’economia, piuttosto che sulla regolazione.

In secondo luogo, la modifica implicherebbe l’inasprimento di una tendenza presente già oggi che vede l’attenzione delle istituzioni più rivolta ai grandi centri di interesse, quelli che hanno un maggiore potere di persuasione e di sollecitazione nei confronti delle segreterie dei partiti, piuttosto che agli attori economici che singolarmente hanno minore peso ma che nel complesso sono ben più significativi per la nostra economia. Per esempio, molto più le grandi aziende e i grandi gruppi, anche esteri, anziché le numerosissime pmi; più i grandi centri industriali (sopratutto localizzati in alcune aree del Centro-Nord) che le imprese disseminate in particolare nel Sud Italia. Più in generale, quindi, si inasprirebbe quella tendenza a concentrare l’attenzione più sui singoli soggetti economici e sui loro interessi specifici piuttosto che sul sistema nel suo complesso, sulle dinamiche e sui meccanismi di funzionamento dei mercati.

Senza contare che, con la riduzione del numero dei parlamentari, non solo le segreterie dei partiti avranno un potere ancora più forte nel determinare chi siederà in Parlamento, e ciò qualsiasi sarà la legge elettorale, ma soprattutto i parlamentari per essere eletti dovranno essere “sostenuti” da forze economiche significative per affrontare una costosissima competizione in collegi elettorali enormi. In terzo luogo, votando sì, si determinerebbe una composizione insufficiente per far funzionare bene il Parlamento, diventerebbe più difficile trovare competenze adeguatamente varie e diffuse in seno alle Camere e si richiederebbe una forte specializzazione dei rappresentanti che vanno a comporre le commissioni, a scapito del pluralismo delle posizioni, della partecipazione più ampia possibile dei parlamentari al processo normativo e, infine, della possibilità di confronto dei rappresentanti con le forze economiche e sociali del Paese. In una società sempre più complessa e articolata, le competenze sono la vera risorsa critica e il Parlamento non solo non fa eccezione, ma anzi è proprio nel Parlamento che le competenze fanno la differenza per il Paese.

E solo un Parlamento per il cui accesso il merito non conta può ritenersi marginale al punto di ridursi alla auto-delegittimazione e all’incapacità operativa. Infine, più di ogni altra conseguenza, la riduzione del numero dei Parlamentari, allontanando eletti ed elettori, finirebbe per completare il processo di disaffezione dei cittadini per le istituzioni democratiche, togliendo al Parlamento quella linfa vitale che lo rende capace di interpretare e rappresentare le esigenze del Paese e tradurle in scelte. E quando ciò si realizza, le conseguenze economiche sono sempre negative, perché un Paese che non ha fiducia nelle proprie istituzioni democratiche non ha fiducia in se stesso e nel proprio futuro.