«Oggi, per un’impresa, avere credito è una missione difficilissima se non impossibile. Le banche non valutano progetti o business plan, ma solo l’affidabilità dell’azienda e questo significa credito zero per le start-up. Gli istituti di credito, invece, dovrebbero prendere in considerazione non solo i progetti, ma anche le persone». Ernesto Taccogna , presidente di Confartigianato Giovani Napoli e imprenditore tra i primi cento under 30 nella classifica stilata da Forbes, analizza le dinamiche del rapporto tra banche e imprese del Mezzogiorno.

Qual è il passo da compiere per migliorare questa relazione?
«È fondamentale che i nuovi imprenditori imparino a illustrare bene i loro progetti, accompagnati da buisness plan stilati in maniera precisa e dettagliata. Solo così potranno comunicare in maniera corretta le loro idee alle banche. Molte volte questo non succede e così anche una buona idea di business non viene percepita come tale dagli istituti di credito e, di conseguenza, non viene finanziata. Poi, chiaramente, c’è da ragionare sul ruolo delle banche».

Appunto. Come dovrebbero comportarsi gli istituti di credito chiamati a sostenere le imprese del Mezzogiorno?
«Fare una cosa che non fanno da anni: entrare in contatto con gli imprenditori. Oggi le banche guardano solo i numeri, ma dovrebbero andare oltre. Dovrebbero rischiare anche loro su personalità forti, ma che magari sulla carta non presentano garanzie. Le banche sono abituate a dare soldi a chi ha soldi e finanziare progetti ben garantiti, ma non si mettono mai in gioco fino in fondo e questo crea distanza tra loro e il mondo dell’imprenditoria».

La maggior parte delle banche si trova nelle regioni del Nord. La distanza tra banche e imprese è dovuta anche a questo?
«Certo che sì. Le banche dovrebbero vivere i territori e lavorare a più stretto contatto con gli imprenditori. Il che vuol dire avere sedi, filiali e sportelli al Sud. Perché credo che il business non si faccia solo con i numeri ma anche e soprattutto con le persone».

Che cosa manca all’imprenditoria del Meridione per compiere il salto di qualità?
«Le imprese del Sud sono molto brave nei loro rispettivi settori, ma carenti di gioco di squadra.
La differenza tra Nord e Sud sta proprio in questo. In Emilia Romagna e in Veneto, per esempio, le cooperative sono protagoniste proprio perché capaci di fare lega. Senza gioco di squadra e una buona pubblicità non si va da nessuna parte, soprattutto non si sbarca sui mercati esteri che al momento sono i più ricchi e ambiti dagli italiani: non a caso Lombardia e Veneto concentrano all’estero i loro principali flussi di cassa».

Lei, però, ha deciso di investire al Sud. Che cosa l’ha spinta a compiere una scelta tanto coraggiosa?
«Sì. Perché credo nel Sud e la mia società ha sedi a Roma, Napoli e Foggia. Ho lanciato un nuovo private equity per investimenti nel Sud Italia. Produciamo energia elettrica che rivendiamo al mercato, sfruttando i tetti di diverse industrie campane. Tetti che praticamente erano inutilizzati e che adesso sono diventano una fonte di ricchezza: per me che vendo energia, per il proprietario che riceve il fitto di una superfice altrimenti persa e anche per l’ambiente, vista la produzione di energia ricavata da fonti rinnovabili e non da fonti fossili. Con una corretta strategia imprenditoriale e un cambiamento del sistema bancario, investire al Sud può senz’altro rivelarsi una mossa vincente».