Piercamillo Davigo lascia la toga. O la toga lascia lui. Comunque finisca la vicenda della sua uscita dal Csm, il suo ricorso al Tar, il suo probabile ritorno come showman dai vari Formigli, comunque da due giorni Piercamillo Davigo non è più un magistrato. Un’era è finita. Quella di Mani Pulite di cui lui era il vero erede. L’era di quelli dalle manette facili, del “o parli o ti sbatto in galera e butto la chiave” (non l’ha inventato Salvini), e di quando si erano suicidati in 41 e uno di quei pm (non facciamo il nome solo perché non c’è più) disse che per fortuna qualcuno aveva ancora il senso dell’onore. Un gruppo di capitani coraggiosi, ma con i canini affilati.

Saverio Borrelli, il capo, non c’è più. E neppure il suo vice, Gerardo D’Ambrosio. Mi è difficile serbarne lo stesso ricordo, anche umano, che avrei avuto di loro se fossero rimasti quelli che avevo conosciuto all’inizio del mio lavoro di cronista al palazzo di giustizia di Milano. Di D’Ambrosio, “zio Gerry”, ero anche stata amica, fino al 1992. Poi ci fu quella sorta di mutazione genetica che li rese famosi ma anche insopportabili. Così è finita che di Borrelli mi ricordo più il giorno in cui diede dell’ubriacone al ministro Biondi che non quello in cui si era avventurato – lui, il procuratore capo di Milano- nello scantinato della redazione del Manifesto dove lavoravo, per portarmi personalmente una sua precisazione su un articolo che avevo scritto. L’avevo descritto come un “uomo in grigio” e si era un po’ risentito.

Ma senza prosopopea, quasi con umiltà. I canini li avrebbe tirati fuori molto tempo dopo, soprattutto nei confronti di Silvio Berlusconi, che non ebbe mai invece cattiveria o senso di vendetta contro di lui. Tanto che un giorno, quando gli avevo detto che Borrelli stava male, aveva sussurrato “Mi dispiace”. Forse gli era sfuggito che, molti anni dopo Mani Pulite, l’ex procuratore del “resistere resistere resistere” aveva dichiarato che, se avesse potuto prevedere che dopo lo sfascio della prima repubblica sarebbe arrivato Berlusconi, forse non avrebbe fatto niente. Con ciò confermando il ruolo politico del pool e di tutta quanta l’operazione Tangentopoli. Gerardo D’Ambrosio aveva forse i canini un po’ meno affilati, ma fu quello che svolse il ruolo più politico (forse anche partitico), spingendosi fino a cercare improbabilissime prove a favore dell’imputato Primo Greganti, cui fece fare qualcosa come seicento chilometri, da Roma a Milano, in dieci minuti. Dimostrando così che, benché la legge preveda, anzi lo imponga, che il pubblico ministero cerchi anche le prove a favore dell’imputato, questo accada solo in casi rarissimi e molto molto particolari.

Davigo era proprio rimasto l’ultimo portatore di quel particolare modo di amministrare la giustizia che fu Mani Pulite. Nessuno come lui ha saputo sbatterci in faccia il fatto che siamo tutti colpevoli, ma quelli di noi che sono ancora a piede libero sono i furbetti che l’hanno fatta franca. Non pare pensarla più così Antonio Di Pietro, che lasciò la toga sbattendola da qualche parte in modo improvviso e rabbioso mentre era al culmine della sua carriera. Che poi trasformò in carriera politica. E che oggi, forse perché fa l’avvocato e comincia a capire che cosa si prova dall’altra parte, quando va in tv sembra un vecchio zio, un po’ sornione e molto saggio. Gherardo Colombo è quello che mostra la trasformazione più radicale. Anche se, per chi come me lo ha conosciuto piuttosto bene da prima, non è proprio una sorpresa. Prima di tutto perché Colombo è molto cattolico e ha un’inclinazione a far tracimare la sua rigorosa morale in moralismo. E anche perché, prima che si trovasse tra le mani la bomba politica che prenderà il nome di Tangentopoli, faceva parte di quel gruppo di “estremisti” della sinistra di Magistratura Democratica che erano davvero garantisti.

Oggi fa l’editore, ma soprattutto si occupa del carcere nel gruppo La Nave di San Vittore sulla tossicodipendenza e collabora con Nessuno tocchi Caino. Si è reso conto anche dell’inutilità stessa del carcere. Non so se abbia anche fatto il passo successivo, perché in galera si finisce in genere dopo un processo più o meno giusto e purtroppo, come è accaduto in modo feroce con Mani Pulite, anche senza processo, in custodia cautelare. Capire che la pena non dove necessariamente coincidere con la privazione della libertà non sempre coincide con la consapevolezza del fatto che lo stesso processo è già in sé una pena.

Francesco Greco è rimasto sulla tolda della nave. Ha raggiunto il posto che fu di Borrelli, procuratore capo di Milano. Non si sa se davvero la sua promozione sia entrata nel paniere delle trattative di Luca Palamara, probabilmente sì. È sempre stato un politico, ma anche lui come i suoi ex colleghi ha raggiunto un certo equilibrio. Quando era un semplice sostituto un po’ scanzonato e pigro detestava quelli come Armando Spataro che usavano il “pentitismo” come leva per le indagini e le chiamate in correità di Marco Barbone per fare gli arresti. Poi c’è stata Mani Pulite e anche lui era cambiato. Ma oggi Greco non direbbe mai frasi come quelle che escono in libertà dalla bocca di Davigo sui colpevoli che l’hanno fatta franca. Era Davigo l’ultimo del pool che distrusse la Prima Repubblica. Oggi, mentre lui lascia la toga, o la toga lascia lui, quel capitolo è proprio chiuso. Troppo tardi. Ma chiuso.

DAL 1992 AL 2020: LA STORIA DEL POOL

17 febbraio 1992 – Il pm Antonio Di Pietro chiede e ottiene un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, membro di primo piano del Psi

28 aprile 1992 – Francesco Cossiga si dimette da presidente della Repubblica

29 gennaio 1993 – Viene perquisita la segreteria amministrativa nazionale del Psi, in via Tomacelli a Roma

9 febbraio 1993 – Craxi lascia la segreteria del Partito socialista

10 febbraio 1993 – Claudio Martelli riceve l’avviso di garanzia, gli viene comunicato di essere indagato per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, da cui il suo partito, il Psi, aveva attinto milioni di lire del “conto Protezione” di Licio Gelli, “gran burattinaio” della P2

1 marzo 1993 – Viene arrestato Primo Greganti, noto come il “compagno G”. Non collaborò mai con i giudici negando ogni addebito. L’8 maggio 2014 è stato nuovamente arrestato per tangenti legate all’Expo 2015

4 marzo 1993 – Viene arrestato Enzo Carra, esponente della Dc. Suscitano particolare clamore le foto del suo ingresso in aula con le manette ai polsi

16 marzo 1993 – Luca Leoni Orsenigo, deputato della Lega Nord, sventola nell’aula di Montecitorio un cappio, nell’esplicito riferimento alla necessità di fare pulizia di una classe politica corrotta

30 aprile 1993 – Il segretario del Partito socialista italiano Bettino Craxi, uscendo dall’Hotel Raphael, affronta i contestatori che lanciano una pioggia di oggetti: sassi, sigarette, pezzi di vetro e soprattutto monetine

20 luglio 1993 – Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Enel, si uccide soffocandosi con un sacchetto di plastica legato al collo con un laccio da scarpe. La sua morte scatena un acceso dibattito sull’utilizzo dello strumento della custodia cautelare da parte della magistratura

23 luglio 1993 – L’imprenditore Raul Gardini si suicida con un colpo di pistola alla testa

4 agosto 1993 – La Camera autorizza l’indagine su Bettino Craxi

6 dicembre 1994 – Antonio Di Pietro si dimette dalla magistratura. Nel ‘98 fonda Italia dei Valori

17 febbraio 2007 – Esattamente quindici anni dopo l’inizio dell’inchiesta Mani pulite, Gherardo Colombo comunica le sue dimissioni da magistrato

30 marzo 2014 – Muore il magistrato Gerardo D’Ambrosio, altro grande protagonista della stagione di Tangentopoli e membro del pool di Mani Pulite

20 luglio 2019 – Muore un altro protagonista dell’inchiesta Mani Pulite, il magistrato Francesco Saverio Borrelli, anche lui nel pool

19 ottobre 2020 – Piercamillo Davigo, altro membro storico del pool, va in pensione e lascia il suo ruolo da consigliere del Csm. I suoi colleghi si sono espressi con 13 voti contro, 6 a favore della sua permanenza in consiglio, 5 astensioni