È appeso a un filo il governo Conte. Ce l’ha fatta con il voto favorevole alla fiducia di 156 sì in Senato. Dove si era propagandato di idee e di futuro ma dove alla fine si sono tornate a sommare le poltrone. 156 sì, 140 no, 16 astenuti su 312 votanti. Un margine troppo stretto per governare, abbastanza per andare avanti. Nessuno ha asfaltato nessuno, come aveva invece pronosticato il Presidente del Consiglio Rocco Casalino. Qualche sorpresina comunque c’è stata. Il “mercato delle vacche” era stato agitato da Matteo Renzi nel discorso più atteso, nel pomeriggio, nel quale aveva ammonito il premier di aver passato gli ultimi giorni più a contare, probabilmente, i “responsabili” o “volenterosi” o “costruttori” che a pensare al futuro del Paese. Altro che progetti.

E proprio alle poltrone Conte ha rivolto un accorato passaggio del suo discorso: “Parlate sempre di poltrone; quando sento questa parola io penso, lo dico anche ai cittadini che ci ascoltano, io non mi vergogno di dire che stiamo seduti su queste poltrone, secondo me non è importante dire: non sono interessato alla poltrona, ma dire di essere interessati a star seduti con disciplina e onore”. Che queste parole siano arrivate dal Premier proposto dal Movimento 5 Stelle è un altro contrappasso.

La crisi di governo ha segnato un ulteriore anche se annunciato cambio di passo dei grillini. La scatoletta di tonno che era il Parlamento, e che dovevano aprire, è stata presidiata nei termini e nei modi dei vecchi partiti della vecchia politica. Il vincolo di mandato che avrebbero voluto introdurre è stato soppiantato dalla necessità “stabilità al sistema politico” e quindi all’esecutivo. Per la stessa ragione i “voltagabbana” sono diventati “responsabili” o addirittura “costruttori”. Beppe Grillo ha addirittura appoggiato l’idea di un governo di unità. Senza citare la regola dei due mandati e la marcia indietro sul mandato “zero” che passerà alla storia.

L’esecutivo si è fregiato dell’apporto dei vari Ciampolillo e Nencini, e dei forzisti Mariarosaria Rossi e Andrea Causin. In altri tempi avremmo sentito levarsi le solite voci indignate dall'”inciucio” e dal “trasformismo”. È d’altronde sempre lo stesso Paese che mentre il mondo discuteva di energia rinnovabile e fonti sostenibili, di Brexit, di intelligenza artificiale, di accordi commerciali, in Italia si discuteva del taglio dei parlamentari fino al referendum dello scorso settembre – che ha approvato il passaggio da 630 a 440 deputati e da 315 a 200 senatori. Una battaglia tutta a 5 Stelle che ha fruttato alle casse dello Stato un risparmio dello 0,01% come riportato dal Sole24Ore. Una vera e propria ossessione quella per le poltrone, quando ci si siedono gli altri ma anche quando ci si siedono i nostri.