Mentre i leader dei Paesi dellE5 (Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Polonia) si sono riuniti a Berlino per fare il punto sullo stato dell’arte della componente europea della Nato, Donald Trump seguitava la sua polemica contro i partner europei, tra cui l’Italia, che in questo momento occupa, lo sappiamo, il primo posto nella scala di acredine del Presidente degli Stati Uniti. Ma al di là delle solite frasi sul “sono stati pessimi” o “ci hanno abbandonato”, la dichiarazione più forte data da The Donald riguarda il vertice Nato di luglio ad Ankara e il suo “parteciperò perché me lo ha chiesto Erdoğan”. Una frase pronunciata dinanzi a un Mark Rutte intento a tentare di mantenere salda e unita la Nato nella fase più complicata del rapporto tra gli alleati e gli Stati Uniti; un lavoro complesso, ma che fino ad ora l’ex premier olandese è riuscito a portare a termine egregiamente.

Il problema, però, è tutto mediterraneo e, ancor di più, tutto italiano. La questione turca è infatti un tema cruciale nell’agenda della politica estera italiana, che non può essere affrontato con il tradizionale approccio diplomatico nostrano, ma che va gestito con maggiore risolutezza e consapevolezza del problema. La Turchia di oggi, lo sappiamo bene, non è più la Turchia kemalista, ma qualcosa di ben diverso e molto più pericoloso, soprattutto per l’Italia, al netto degli accordi militari assunti di recente sui droni. La nuova politica neo-ottomana spinge sempre più in avanti l’asticella che delimita il limes della zona d’influenza di Ankara verso quella italiana, o storicamente ritenuta tale, aree che prima del varo dell’ambizioso e necessario Piano Mattei sono state abbandonate per oltre dieci anni e lasciate alla mercé delle ambizioni turche.

Ma la fame di Ankara e del suo Sultano non conosce confini e si spinge, come le vecchie armate ottomane, dal Levante fino ai Balcani. L’Albania – Paese storicamente inserito nella sfera italiana – è da tempo oggetto delle attenzioni e dei danari turchi, così come la Libia e la Somalia. Persino la Grecia, per bocca del suo ministro della Difesa, ha ammonito tutti sulla pressione politico-militare rappresentata dalla Turchia dove, oltre alla tradizionale rivalità, si avverte sempre di più un deterioramento degli equilibri. Il Mar Egeo non è mai stato così caldo da decenni, e persino la Francia si è mossa per assistere Cipro con la firma del nuovo accordo SOFA. Cipro è un crocevia fondamentale tra Medio Oriente ed Europa, e lo sviluppo della crisi iraniana ci ha insegnato che chi controlla le vie di comunicazione e i crocevia controlla e condiziona anche i rapporti di forza di natura economica, commerciale e strategica.

Per questo anche Roma deve iniziare a valutare un “Piano Mattei 2.0″ incentrato sulla cooperazione militare e strategica nei Paesi partner e in quelli che lo sono divenuti di recente. Bisogna partire, però, dalle nostre zone d’influenza storiche come la Libia, dove andrebbe forse concepita una nuova strategia militare e soprattutto navale, che ci consenta una concreta e nuova “quarta sponda”. Poi c’è il dato più preoccupante: la penetrazione turca non è solo di natura economica e militare, ma anche religiosa, e fa leva sull’Islam sunnita. Forse è arrivato il momento di valutare una nuova risposta concreta alle spinte di Ankara, perché con i guanti bianchi e i sofisticati bizantinismi si finisce solo per invogliare ancora di più la fame del predatore. Se siamo entrati nel secolo delle medie potenze, forse è arrivato il momento di iniziare a ragionare come tale.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.