Un accordo, la prima bozza ufficiale uscita dalle stanze di Glasgow dove si sta tenendo la Cop26 sul clima, che rischia di scontentare tutti: sia gli Stati più legati alla produzione e al consumo di combustibili fossili, sia gli attivisti o quei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico.

È questo il ‘succo’ del documento che verrà discusso nei prossimi giorni dai duecento delegati di tutto il mondo ancora riuniti in Scozia per la conferenza dell’Onu sul clima.

Nella bozza infatti la Cop26 decide di “proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C” e riconosce che “limitarlo a 1,5° C entro il 2100 richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra, compresa la riduzione globale di emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e allo zero netto intorno alla metà del secolo”.

Una dichiarazione deludente: i Paesi che più spingevano per una svolta ‘green’ avrebbero voluto infatti un chiaro riferimento al 2050, e non un vago “metà del secolo”. Ma altro colpo alle speranze è il target che resta “ben al di sotto dei 2°C”, lo stesso di sei anni fa agli accordi sul clima di Parigi.

Il documento poi riconosce “l’urgente necessità che le parti aumentino i propri sforzi per ridurre collettivamente le emissioni attraverso un’azione accelerata e l’attuazione di misure nazionali di mitigazione in conformità con l’Accordo di Parigi” e si esortano le parti “a rivedere e rafforzare gli obiettivi per il 2030 nei loro contributi determinati a livello nazionale, se necessario per allinearsi all’obiettivo della temperatura dell’accordo di Parigi entro la fine del 2022”.

Nella bozza del documento si riconosce ancora “l’importante ruolo che la conoscenza e l’esperienza delle popolazioni indigene possono svolgere” contro i cambiamenti climatici “ed esorta le Parti a coinvolgere attivamente le popolazioni indigene nell’attuazione dell’azione per il clima”.

Pur essendo un accordo che sicuramente non spinge nella direzione che chiedevano gli attivisti per il clima, alcune delle conclusioni non piaceranno ai “grandi inquinatori”. È il caso dell’Australia, che non avrà gradito il richiamo alla “eliminazione accelerata del carbone” di cui è grande produttore, così come a Cina e India sicuramente non piacerà il richiamo alle emissioni di Co2 a zero netto per la metà del secolo, dato che i due giganti hanno spostato l’orizzonte rispettivamente al 2060 e 2070.

Critici, sul fronte opposto, i Paesi in via di sviluppo, già colpiti dalla mancata promessa di erogare i 100 miliardi di aiuti relativi al 2020. Nella bozza non c’è infatti alcun impegno chiaro, ma solo dei più vaghi auspici nelle parti in cui si parla di “necessità di mobilitare i finanziamenti per il clima” con un “sostegno notevolmente rafforzato per i Paesi in via di sviluppo, oltre 100 miliardi di dollari all’anno”.

Redazione