“Non esistono evidenze scientifiche derivate da studi clinici o epidemiologici, ma solo ipotesi molecolari verificate con studi in vitro“. È questa la posizione assunta dall’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, riguardo le interferenze tra i farmaci per l’ipertensione e il contagio da coronavirus.

La questione è stata sollevata dopo che i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità sui contagi hanno evidenziato, così come era già accaduto in Cina, che il 75% dei primi pazienti deceduti soffriva di ipertensione, mentre il 70% era affetto da cardiopatia ischemica. A ciò si è aggiunto che alcuni studi condotti  in laboratorio hanno evidenziato un legame, sebbene per il momento solo preliminare, tra alcuni farmaci utilizzati dagli ipertesi, gli Ace-inibitori, e il coronavirus.

Come spiegato dallo stesso epidemiologo Fabrizio Pregliasco: “Alcuni studi hanno mostrato che gli Ace-inibitori, che agiscono proprio sugli stessi recettori a cui si lega il virus, facilitano il virus e non bloccano l’infezione». Ma, precisa Pregliasco: “Si tratta di studi preliminari e anche la Società italiana dell’ipertensione ha ribadito che sono solo osservazioni e che non bisogna cambiare terapia”.

Il rischio, infatti, è che un cambio di terapia, per timore del virus, crei ulteriori danni.  Proprio l’Aifa, infatti, invita a “non modificare la terapia in atto con anti-ipertensivi, qualunque sia la classe terapeutica, nei pazienti ipertesi ben controllati, in quanto esporrebbe i pazienti fragili a potenziali nuovi effetti collaterali o a un aumento di rischio di eventi avversi cardiovascolari”.