Nel corso di queste settimane è diventato uno dei simboli in Italia nella lotta al Coronavirus. Paolo Ascierto, direttore dell’unità di immunologia clinica del Pascale, si è ritrovato ad essere la speranza non solo dei napoletani ma di un’intera nazione alle prese, giorno dopo giorno, con la drammatica ascesa di un virus che ad oggi ha contagiato oltre 40mila persone provocando più di 4mila vittime.

Così uno dei massimi esperti, anche in ambito internazionale, della lotta al cancro si è ritrovato gruppi social dedicati, striscioni di incoraggiamento affissi per le strade di Napoli e una popolarità forse inaspettata. Tutti parlano di Ascierto e del tocilizumab, il farmaco anti-artrite che ha dato miglioramenti nel trattamento della polmonite che complica l’infezione da Covid 19. La sperimentazione clinica del farmaco è stata approvata in tempi record da AIFA e dal Comitato Etico in una sinergia tra ricercatori e istituzioni di tutta Italia. Le richieste di entrare nel protocollo sono centinaia e giungono soprattutto dagli ospedali del Nord, i più colpiti dall’emergenza.

Ascierto e l’equipe medica del Pascale, composta dall’oncologo Franco Perrone, da tanti bravi medici (tra cui Marilena Di Napoli e Marilina Piccirillo) e infermieri, compiono silenziosamente miracoli tutti i giorni. Sono invisibili ai più da decenni ma ci sono sempre stati, ci sono ora e ci saranno sempre. La loro assistenza è una missione che viene celebrata solo quando si sconfigge il “mostro”.
Sergio Califano, apprezzato cronista di nera a Napoli, oggi in pensione, da 10 anni conosce gli “invisibili” del Pascale. “L’ospedale mette le strutture, io le conoscenze. Lei la voglia di vivere” gli venne detto da un oncologo subito dopo la diagnosi tremenda. A distanza di 10 anni da grande giornalista quale è stato, Sergio ha pubblicato una riflessione sul tifo da stadio per Ascierto delle ultime settimane che il Riformista è orgoglioso di riproporvi:

Ricordate quando a Napoli si diceva, e forse si dice ancora, “stai chino ‘e Solopaca“? E’ una frase ironica, scherzosa, rivolta a chi viene ritenuto poco lucido e con idee confuse. Perché il Solopaca è un vino della Campania, orgoglio e spina dorsale dell’economia di un paese in provincia di Benevento da cui prende nome.

Un paese di poche migliaia di anime. Un paese dove la gente non passa la giornata a ubriacarsi nelle cantine, ma a farsi un mazzo così nei campi sperando che d’inverno non arrivi troppa grandine e che d’estate il sole non spacchi eccessivamente il terreno arso dalla siccità. A Solopaca è nato Paolo Ascierto, 54 enne, oncologo dallo sguardo giocondo e simpatico, dal viso onesto perché i beneventani sono persone semplici di cui fidarsi. Ed è pure juventino, che è un titolo in più (punti di vista, certo).

Ascierto è uno dei cento, mille invisibili che ogni mattina varcano il cancello di quell’ospedale al Rione Alto dove la gente non entra mai sorridendo. Perché varcare quel cancello sembra quasi una condanna senza appello: perché il Pascale è l’ospedale del cancro. Il Pascale che ogni tanto qualcuno, quando esco per fare la spesa (abito di fronte) mi chiede, uscendo dalla metro: “Scusate, per andare al Pasquale?” Oppure, i più intellettuali “Vado bene per il Pascàl?”.

Oggi tutti parlano del Pascale, tutti conoscono Ascierto, tutti hanno fatto il liceo insieme, qualcuno l’università, qualcuno le vacanze, qualcuno lo incontra abitualmente il sabato sera alle cene. Io Ascierto lo vedo, senza conoscerlo, ogni volta che vado al Pascal e mi dicono ‘no no, non muori, non muori’. Vedo Ascierto e vedo Marilena, dottoressa che viene ogni giorno al Pascàl da un paesino in provincia di Salerno e si sveglia all’alba e torna a casa che stanno già dormendo tutti e lei sogna di fare un altro figlio (ma per fare un figlio occorre il tempo necessario, e se rientri al paese che già sei mezzo addormentato è complicato).

Ascierto, Marilena e gli altri stanno lì, invisibili e sconosciuti finché non si vince il bingo di un melanoma. E allora diventano le persone più importanti della tua vita. Loro sorridono sempre (ci ho fatto caso, anni fa) e non pronunceranno mai il verbo morire. Come l’oncologo che mi diede il verdetto dieci anni fa: “L’ospedale mette le strutture, io le conoscenze. Lei la voglia di vivere“. E siamo ancora qui. Perché le tre condizioni hanno funzionato.

E Bianca Berlinguer guarda perplessa Ascierto e con aria inquisitrice gli fa “Ma lei è professore o dottore?”. Ah Berlinguer Berlinguer, te la potevi risparmiare … E’ il vostro vecchio karma, il vostro difetto di fabbrica veterocomunista di voler sempre dividere il mondo in classi. Sempre e comunque.