Il Vietnam ha chiuso la città di Da Nang ai turisti dopo che sono stati registrati quattro nuovi casi di coronavirus trasmessi localmente. Nessun visitatore può entrare in città per 14 giorni, riporta la Bbc, e sono previsti voli per evacuare circa 80.000 turisti, soprattutto domestici. Il primo nuovo caso da aprile in Vietnam – il paziente 416 – è un uomo di 57 anni che ha chiesto assistenza medica il 20 luglio per i sintomi dell’influenza. I funzionari affermano di non sapere ancora dove abbia contratto il virus e che non ha recentemente lasciato la città. La traccia dei contatti ha identificato più di 100 persone che avevano interagito con il 57enne, ma i test sono risultati tutti negativi. Tuttavia, nel fine settimana sono stati confermati altri tre casi, tra cui un diciassettenne della vicina provincia di Quang Ngai che era tornato a casa in pullman con persone che erano state all’ospedale Da Nang C. L’ospedale è stato chiuso, così come le attività non essenziali cittadine, mentre sono stati vietati gli incontri di oltre 30 persone.

IL MODELLO VIETNAM – Il Vietnam è diventato il Paese che non ha riportato un singolo decesso per coronavirus, rappresentando un caso singolo nella comunità asiatica focolaio dell’epidemia. Infatti molta attenzione e plausi sono stati andati alla Corea del Sud, a Taiwan e ad Hong Kong che tra tecnologia, quarantena e controlli rigidi sono riusciti a gestire con successo la diffusione del covid-19. Ma in realtà è il Vietnam la vera rivelazione. Con 97 milioni di persone e con un sistema sanitario molto meno avanzato rispetto ad altri nel continente asiatico, il Vietnam è stato oggetto di studio per capire come il loro modello sia diventata una storia di successo. Particolare attenzione è stata rivolta ai suoi dati nonostante il suo lungo confine con la Cina e i milioni di visitatori cinesi che riceve ogni anno. Dopo un blocco di tre settimane a livello nazionale, il Vietnam ha revocato le regole di allontanamento sociale alla fine di aprile con i risultati che hanno superato le aspettative. Le imprese e le scuole sono state riaperte e la vita sta gradualmente tornando alla normalità.

L’ANALISI – Il Vietnam ha solo 8 medici per ogni 10.000 persone, un terzo del rapporto in Corea del Sud, secondo la Banca mondiale. Il reddito complessivo del Paese è medio-basso, spingendo così gli scettici a pensare che i dati non siano del tutto reali. Ma come riporta la Cnn, Guy Thwaites, un medico di malattie infettive che lavora in uno dei principali ospedali designati dal governo vietnamita per curare i pazienti di Covid-19, ha affermato che i numeri corrispondono alla realtà sul campo: “Vado nei reparti ogni giorno, conosco i casi, so che non c’è stata morte”, ha dichiarato il dottore il quale dirige anche l’unità di ricerca clinica dell’Università di Oxford a Ho Chi Minh. Anche se rimane il mistero di come sia stato possibile l’immunità alla morte da coronavirus dell’intero Paese. La risposta, secondo gli esperti di sanità pubblica, sta in una combinazione di fattori, dalla risposta rapida e precoce del governo per prevenirne la diffusione al rigoroso tracciamento dei contatti, alla quarantena e alla comunicazione pubblica efficace. Infatti il Vietnam ha iniziato a prepararsi per un focolaio di coronavirus settimane prima che venisse rilevato il suo primo caso. All’epoca, le autorità cinesi e l’Organizzazione mondiale della sanità avevano sostenuto che non vi erano “prove chiare” per la trasmissione da uomo a uomo, ma nonostante il Vietnam non stesse correndo rischi le autorità hanno comunque provveduto ad agire in largo anticipo con la prevenzione.

All’inizio di gennaio, quando la notizia del coronavirus iniziava già a propagarsi con i primi casi, lo screening della temperatura era già in atto per i passeggeri in arrivo da Wuhan all’aeroporto internazionale di Hanoi. I viaggiatori trovati con la febbre sono stati isolati e attentamente monitorati. A metà gennaio, il vice primo ministro Vu Duc Dam stava ordinando alle agenzie governative di adottare “misure drastiche” per impedire la diffusione della malattia in Vietnam, rafforzando la quarantena medica alle porte di confine, negli aeroporti e nei porti marittimi. Il 23 gennaio, il Vietnam ha confermato i suoi primi due casi di coronavirus: mentre il paese celebrava le vacanze di Capodanno lunare, il primo ministro Nguyen Xuan Phuc ha dichiarato guerra alla malattia istituendo subito un comitato direttivo nazionale per il controllo dell’epidemia.
Una delle cause per cui si crede che il Vietnam sia riuscito ad ottenere dei dati così sorprendenti riguarda l’adozione di misure di blocco proattivo. Il 12 febbraio infatti un’intera comunità rurale di 10.000 persone a nord di Hanoi è stata bloccata per 20 giorni per 7 casi di coronavirus, affermandosi come il primo blocco su larga scala fuori dalla Cina. Le scuole e le università, che erano state programmate per riaprire a febbraio dopo le vacanze di Capodanno lunare, avevano ricevuto l’ordine di rimanere chiuse e riaprire solo a maggio. Nel corso del mese di febbraio le restrizioni di viaggio, le quarantene di arrivo e le sospensioni dei visti si sono ampliate visto l’avanzare del coronavirus in molti Paesi del mondo tra cui l’Italia. Alla fine di marzo, il Vietnam ha sospeso l’ingresso a tutti gli stranieri. Le prime azioni decisive hanno così efficacemente frenato la trasmissione della comunità mantenendo i casi bassi e stabili, facendo in modo che per tre settimane non ci fossero nuove infezioni fino alla seconda ondata di colpi a marzo, provocata dal ritorno dei vietnamiti dall’estero. Le autorità hanno rigorosamente rintracciato i contatti dei pazienti confermati coronavirus e li hanno messi in una quarantena obbligatoria di due settimane.

LO STUDIO  –  Quando l’ospedale Bach Mai di Hanoi, uno dei più grandi ospedali del Vietnam, è diventato un trasmettitore di coronavirus con decine di casi a marzo, le autorità hanno imposto un blocco alla struttura e rintracciato quasi 100.000 persone legate all’ospedale, tra cui medici, pazienti, visitatori e loro stretti contatti. Le autorità hanno anche testato più di 15.000 persone legate agli ospedali, tra cui 1.000 operatori sanitari. Lo sforzo di rintracciamento dei contatti del Vietnam è stato così meticoloso che segue non solo i contatti diretti di una persona infetta, ma anche i contatti indiretti. Tutti i contatti diretti sono stati messi in quarantena governativa in centri sanitari, hotel o campi militari. Secondo uno studio svolto dal dottor Pham Quang Thai con l’Istituto Nazionale di igiene ed epidemiologia circa 70.000 persone sono state messe in quarantena nelle strutture governative del Vietnam, mentre circa 140.000 erano state isolate in casa o in hotel, secondo lo studio. Lo studio ha anche scoperto che, tra i primi 270 pazienti Covid-19 nel paese, il 43 % era rappresentato da casi asintomatici che ha evidenziato il valore di una tracciabilità dei contatti e di una quarantena rigorose. Se le autorità non avessero cercato in modo precoce persone con rischi di infezione, il virus avrebbe potuto diffondersi tranquillamente nelle comunità giorni prima di essere scoperto.