«Ma cos’è questa crisi? Parapapappappà…» si canticchiava nell’Italia del fascismo trionfante dei primi anni Trenta. Miracolosamente, l’Italia l’aveva sfangata. O quasi. La crisi. Per la moda, c’era “la donna crisi”, molto ombretto sotto occhi tristi e seduttivi, ma poco più. E il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, l’autore del “New Deal” (che non è il “Piano Marshall” come si dice oggi sbagliando) chiedeva – pensate un po’ – consigli ed aiuto ad un Mussolini che, prima di imbarcarsi nelle guerre d’Etiopia e di Spagna, era ancora guardato come il “darling” dei liberal occidentali, uno che in fondo aveva inventato il socialismo di Stato, con un fritto misto di sindacati e corporazioni ispirato a Sorel, ma con tutti i bambini al mare nelle colonie e welfare per tutti che funzionava magnificamente come ammortizzatore sociale. Il duce aveva persino scritto una prefazione ad un libro di Roosevelt in cui notava, con finta distrazione, che Roosevelt era un suo discepolo fascista. Non finì così fra quei due, come sappiamo. Ma avvenne.

La crisi del ’29 scoppiò una mattina all’apertura della borsa di Wall Street dove da troppo tempo tutti investivano spensieratamente e senza veri capitali, gettando sul mercato soldi finti come quelli di Monopoli perché le banche – anch’esse avide e spensierate – lo permettevano, sicché l’America aveva vissuto nella fiabesca illusione di un capitalismo senza rischi in cui si guadagnava comunque, senza fare niente, come se fosse stato un gratta-e-vinci in cui si vince sempre. Coloro che non avevano soldi, avevano investivano a credito mettendo giù soltanto una manciata di soldi: erano chiamati investimenti marginali: «Metta pure sul mio conto, passo domattina a versare i profitti».
Ma quella giornata si chiuse con una catastrofe: tutti i broker e gli operatori di borsa, di colpo, si affollarono soltanto per vendere tanto senza comprare. I prezzi delle azioni, giù in picchiata.

Allora le banche dissero: hey, un momento, adesso rivogliamo indietro tutti i soldi che vi abbiamo prestato per gli acquisti marginali. E gli investitori dissero: sorry, ma non mi è rimasto nemmeno un dollaro in tasca. Allora i risparmiatori si precipitarono tutti nelle banche per riavere indietro i loro risparmi, e si sentirono dire sorry, in cassaforte non c’è più un dime, o penny. E le banche chiusero, bruciando all’istante solo a New York ottanta milioni di dollari. Molti si suicidarono dalle finestre dei grattacieli. Una prima ondata di aziende, chiuse. Buttati fuori di casa secondo le norme dell’eviction – lo sfratto con la polizia – i nuovi poveri in giacca e cravatta riempirono le strade. Alcuni benefattori fra cui il gangster Al Capone aprirono una mensa per un ceto medio che si era rifugiato nei furgoni, nei depositi, sotto le frasche in campagna, niente luce, gas, riscaldamento, medicine, vestiti, nulla.

Ladri e rapinatori si dettero alla pazza gioia e i cittadini più duri, grazie al secondo emendamento che autorizza il possesso e l’uso delle armi personali, formarono ronde come quella che Rembrandt aveva dipinto nella sua Amsterdam ma avevano un’aria molto più sinistra, ammazzando qualsiasi sospetto, specialmente i neri. Un esercito di rapinatori, fra cui Bonnie and Clyde, rapinavano banche e furgoni postali, si moriva di fame e così nel giro di pochi mesi l’America dei roaring Twenties, del Charleston e del Grande Gatsby tornò all’età delle pietra. Ma accadde il fatto nuovo: due mesi dopo l’avvento di Adolf Hitler al governo della Germania, ci furono le elezioni e il 4 marzo del 1933 si insediò uno dei più importanti e discussi presidenti degli Stati Uniti: Franklin Delano Roosevelt, cugino di secondo grado del presidente repubblicano Theodore Roosevelt, quello con i baffoni che diceva: «Tu parla piano ma impugna un nodoso bastone».

Era sbarcato a cavallo a Cuba durante la guerra con la Spagna a sciabola sguainata, combinando solo disastri. Il suo giovane parente era stato per un po’ sotto le sue ali, ma poi si era convinto ad abbandonare i repubblicani per passare ai democratici. Fu eletto dall’America poverissima promettendo la liberazione dalla fame, proponendo ai suoi fellow Americans, a big deal: The New Deal e cioè il nuovo patto, accordo, promessa, piano. E mantenne la promessa, anche scopiazzando l’Iri italiano appena varato su progetto dell’economista Alberto Beneduce che ne fu il primo presidente e che inaugurava la formula dell’intervento dello Stato anche a fondo perduto: denaro – se occorre – in cambio di niente. Era una grande idea, ma non aveva niente a che fare col capitalismo, infatti era un’idea di dirigismo statale socialista, seppur fascista.

Intanto però, la disgrazia della depressione, nata in America esattamente come in America era nata nel 1918 l’influenza “Spagnola”, per un effetto-domino si era sparsa specialmente in Europa, dove aveva messo in ginocchio la Repubblica di Weimar tedesca, che si era lentamente risollevata dopo la traumatica pace di Versailles, diventando una socialdemocrazia discretamente benestante. La crisi di Wall Street arrivata a Berlino provocò una crisi di miseria e fame senza precedenti: era quello il tempo in cui i tedeschi andavano a fare la spesa con milioni di marchi per una pagnotta. La crisi massacrò il mondo occidentale e si fece sentire, sia pure di rimbalzo, sulla fragile economia sovietica.

Ma, come dicevamo all’inizio, l’inedito socialismo autoritario nazionalista inaugurato da un Mussolini saldamente in sella (aveva fatto includere nello Statuto il “Gran Consiglio del Fascismo” come organo costituzionale, lo stesso che gli voterà la sfiducia del 25 luglio del 1943, permettendo al re di farlo arrestare) e al top del gradimento popolare, cosa su cui erano d’accordo non soltanto Renzo De Felice ma anche Giorgio Amendola per conto del Pci: le opposizioni ridotte al silenzio mentre gli intellettuali parlavano d’altro, come Alberto Moravia con i suoi Indifferenti, descrizione di una borghesia arresa.

Fu così che a causa della depressione iniziata nel ’29, Mussolini si pavoneggiava dicendo che il presidente americano (cui dichiarerà guerra come un imbecille, dopo averlo disgustato con l’aggressione alla Francia già vinta dai tedeschi) era un fascista, anzi un suo discepolo cui scriveva lettere in inglese mentre registrava messaggi filmati in pessimo inglese tuttavia fluente, di imperituro amore fra Italia fascista e America nella depressione. La ricetta italiana, convenne Roosevelt, funzionava perché era di sinistra: basta col capitalismo del profitto, spendiamo in lavori pubblici, facciamo dighe anche inutili, gallerie, edifici.