Un atto di accusa durissimo da parte di chi sta fronteggiando l’emergenza Coronavirus dalla prima linea, un ospedale della Lombardia. È la lettera firmata da Nicola Mumoli, direttore dell’Unità operativa di Medicina interna dell’ospedale di Magenta, 25mila abitanti nell’area metropolitana di Milano, contro la “discriminazione” in atto sui tamponi per il test del Covid-19.

Il primario denuncia infatti nella missiva inviata al Corriere della Sera che “una mia collaboratrice, impegnata da subito in questa battaglia e con contatti quotidiani con pazienti affetti da Covid 19 disease, pochi giorni fa si è ammalata, manifestando sintomi e segni tipici della patologia virale; contattati più volte i numeri di emergenza nazionale, le è stato negato il tampone. Invece oggi le pagine delle cronache riportano le buone condizioni di calciatori, attori e politici che esattamente come la mia collaboratrice hanno avuto «contatto con persone positive e sintomi da virosi» ma cui, a differenza della dottoressa, è stato eseguito il tampone e quindi formulato un corretto programma sanitario di controllo”.

Durissimo quindi il commento di Mumoli, che si rifà all’”inevitabile pensiero di chiunque”, ovvero alla “grande solidarietà con il personale sanitario, striscioni ovunque, slogan buonisti sbandierati da tutti ma di fatto solo discriminazione e ipocrisia”. Per il primario infatti “se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno con grande fierezza, esercitando un lavoro che mai come ora consideriamo un privilegio”.

Mumoli, che dirige l’Unità operativa di Medicina dell’ospedale di Magenta da più di due anni, ha ricordato nelle lettera i numeri terrificanti del contagio tra il personale sanitario degli ospedali italiani: “Sono attualmente 2.629 i sanitari contagiati — l’8,3% del totale dei colpiti — e tra essi 14 vittime. Tutti hanno nascosto sotto una mascherina la propria identità, nessuno ha cercato visibilità, di loro nessuno ha parlato perché queste notizie «non fanno più rumore del crescere dell’erba», come scriveva Ungaretti”.