Gli anni Ottanta nel retrobottega della memoria e secondo la tradizione, furono gli anni della Milano da bere, della fine della guerra civile, della ripresa della vita normale, di un rampante ritorno sulla scena degli Stati Uniti con l’elezione del vecchio attore di film western e poi governatore della California Ronald Reagan. Il decennio si chiuse con il crollo pilotato per tappe dell’impero sovietico con una trattativa tra l’ultimo segretario del Pcus Michail Gorbaciov e i due leader dell’occidente armato, Margaret Thatcher e il successore di Jimmy Carter, il più sfortunato dei presidenti americani per la bruciante sconfitta anche militare di fronte alla nuova potenza degli ayatollah iraniani. Ma questo fu il finale di partita ancora lontano ma di cui si percepiscono i sintomi e che fece dire a qualche storico affrettato che la storia stessa era finita e che il nuovo mondo sarebbe stato quello dominato dalla mono-potenza americana.

Le cose furono molto meno lineari di quello che si ricorda. Partiamo proprio dall’anno di rottura: il 1980. In Italia avvennero due stragi che ancora chiedono di verità: quella di Ustica e quella di Bologna avvenute a distanza di circa un mese l’una dall’altra e che molti (me compreso) considerano probabilmente collegate. Devo avvertire i lettori che su questi fatti la mia opinione diverge da quella del comune sentire che sbrigativamente si può definire di sinistra. Secondo la visione accreditata anche da sentenze della magistratura il DC9 di Ustica sarebbe stato abbattuto da missili destinati a un aereo su cui viaggiava Gheddafi con la complicità di ufficiali italiani che avrebbero per questo pagato un carissimo prezzo e quella di Bologna del 2 agosto liquidata come una dissennata e criminale azione fascista senza capo né coda. Secondo la versione che mi dette Francesco Cossiga presidente della Repubblica e molto addentro le segrete cose, la strage di Bologna sarebbe avvenuta per un incidente causato dalla disattenzione di chi portava la valigia con l’esplosivo che non avrebbe saputo mettere in sicurezza il detonatore.

Il grande fatto italiano di quell’anno fu la sconfitta militare e politica delle brigate rosse, dell’area circostante dell’autonomia e quindi della vittoria dello Stato su misteriosi personaggi che per qualcuno erano “boy scout della rivoluzione” e per altri delle marionette al servizio di potenze straniere, ma diciamo pure dell’Unione sovietica e della Germania orientale. E poi ancora un evento di portata gigantesca che quasi nessuno fu in grado – quando accadde in quell’anno rivoluzionario – di valutare politicamente: il terremoto nella Irpinia che provocò danni enormi, moltissime vittime e una serie di scandali successivi che portarono alla luce malversazioni, imbrogli, ipocrisie e la spaccatura civile dell’Italia con l’affermarsi delle molte “Leghe” del Nord, per prima la “Liga Veneta” e poi quella lombarda. Io passai molte settimane come cronista sia nelle terre del terremoto del Friuli del 1976, che a quello del 1980 nell’Italia del Centro-Sud. Fu lì che si spaccò l’Italia. Fu a quel punto che la Lega nacque come insurrezione morale contro il sud corrotto, inerte, civilmente sconnesso e guidato da politici fortemente inquinati.

I due terremoti erano a quel tempo fortemente con connessi con la memoria collettiva degli italiani: il terremoto del Friuli, che pure era stato estremamente violento e distruttivo, aveva portato sui teleschermi italiani un popolo, quello friulano, che aveva opposto alla violenza della natura un comportamento civile non gridato, paziente e onesto. Tutti coloro che allora andarono nelle città del primo terremoto ricordano come i discendenti del Forum Julii (ovvero delle legioni romane che andarono costituire il segmento di quella Regione, discendenti che ancora parlano un dialetto romanzo diverso dall’italiano) presero la pala, caricarono i morti, erano in prima linea insieme agli uomini della protezione civile e delle forze di polizia nel riparare, soccorrere, agire in laborioso silenzio e uniti in una un forte legame collettivo. In Irpinia, sotto gli occhi di tutti, accadde l’opposto. Tutti vedemmo una società collassata che nel dolore si esprimeva prevalentemente con urla, ma senza scavare, salvare, coprire e nutrire, i giovani seduti sui muretti a guardare i soldati e gli uomini della protezione civile.

Fu uno shock per tutta l’Italia. Il nord insorse in maniera sempre più aspra e sferzante dichiarando pubblicamente che i due popoli del nord del Sud non avevano nulla a che vedere fra di loro e che quello del nord aveva diritto a chiedere un’autonomia crescente e poi la possibilità di federarsi con altre aree europee e insomma si sviluppò quell’idea a metà fra federalismo e secessione che fu la politica di Umberto Bossi. L’Irpinia fu un banco di prova tremendo perché si scoprirà abbastanza presto che tutti i fondi stanziati per le aree devastante nel terremoto sarebbero stati assorbiti dalla malavita e dalle camarille politiche sparsi tra rivoli di corruzione e di taglieggiamento. Inoltre, questo lo ricordo perché l’ho visto con i miei occhi, non esistevano costruzioni antisismiche salvo uno stabilimento della Fiat e una scuola che infatti rimasero in piedi salvando chi c’era dentro. Il resto fu spappolamento delle città e delle coscienze. Molte urla, molti reclami, una assenza di coesione civile deplorevole spietatamente rappresentata dai filmati e i reportage giornalistici. A Torino si svolse la famosa marcia dei Quarantamila quadri Fiat, che ebbe l’effetto di un macigno contro la cristalleria del sindacato che fino allora era stato visto dall’opinione pubblica come un’entità onnipotente, anche perché sempre tallonato dall’area dell’autonomia e delle brigate rosse piemontesi.

Sarà stata una riuscita messa in scena manovrata dalla famiglia Agnelli, proprietaria della Fiat, ma c’ero e sono testimone dello shock dolcemente traumatico con cui una parte dell’Italia prese atto di un evento inatteso ma sperato: finiva lo strapotere intimidatorio che collegava parte dei sindacati con quella dell’area dell’autonomia operaia che aveva esercitato per oltre un decennio un una egemonia fatta di gesti e minacce. Quella marcia in aperta sfida al sindacato e alle brigate rosse fu da molti considerata come una improvvisa, insperata vittoria non già della destra ma della normalità. Anche su questo episodio il dibattito è ancora acceso e le opinioni sono divise: mi limito a ricordare e sottolineare lo stato emotivo con cui quell’evento fu percepito da qualcuno come un momento di liberazione. L’anno era cominciato con eventi fra loro non collegati, ma che disegnarono un’epoca, come l’uscita con enorme successo mondiale de Il nome della Rosa di Umberto Eco e successivo film con Sean Connery. In Italia, però, si registravano costantemente esecuzioni di condanne a morte: il giorno dell’Epifania fu ucciso Piersanti Matterella, fratello dell’attuale presidente Sergio, che all’epoca era segretario regionale della Dc siciliana.

Fu un delitto orrendo come tutti gli altri delitti di mafia, con un carico insopportabile di sfida e di vendetta. La mafia era allora in aperta concorrenza con i carnefici delle brigate rosse che a febbraio uccisero il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet. Eravamo ancora abituati a questo andamento della cronaca che oggi ci sembra così lontana. Le brigate rosse, la vita dietro i sacchetti di sabbia, Cosa Nostra all’apice della sua potenza, una guerra fredda sempre più minacciosa specialmente dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan per cui Jimmy Carter annuncia il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca che si svolgeranno senza gli atleti americani, con grande saccheggio di medaglie d’oro da parte degli atleti sovietici e tedeschi orientali. Il mondo sovietico è in affanno: il dissidente Andrej Sacharov viene spedito al confino a Gorki. In Europa, e in Italia in particolare, prende consistenza anche dentro il Pci la corrente ostile ai sovietici.

Erano tempi in cui periodicamente scoppiava lo scandalo del “calcio-scommesse” che portava a galla imbrogli miliardari e fu a causa di quel fattaccio che il giornale in cui lavoravo, Repubblica, mi spedì al seguito di una delle squadre coinvolte, il Bologna, nella speranza di carpire dichiarazioni di dirigenti e giocatori. Fu così che mi trovai ad assistere per la prima volta in vita mia a una partita di calcio, sport cui sono allergico a meno che non vinca la Roma. Il Bologna giocava contro il Catanzaro nel capoluogo calabrese e trovai delizioso il comportamento dei tifosi del Catanzaro, i quali anziché guardare la partita seduti nelle tribune, correvano a sciame intorno al campo di gioco seguendo l’azione dei giocatori e quando un giocatore del Bologna attaccava verso la porta avversaria, la massa dei tifosi urlava “Ma unni cazzu vai cu stu cazzu ‘i palla?”. Scrissi dunque un pezzo in cui raccontavo questo evento divertente mai immaginando che il mattino dopo mi chiamasse un telegiornale della Rai per chiedermi di rispondere al sindaco di Catanzaro che mi aggredì urlando: “Perché lei odia Catanzaro e la Calabria?” Spiegai inutilmente che io adoro Catanzaro e la Calabria, ma fu tutto inutile e dovetti pretendere atto che in quella città ero considerato indesiderabile.

Un fattarello minimo che mi fornì un’idea della dimensione del campanilismo italico non solo del Sud, perché poco dopo ebbi “l’ostracismo nordico” della città di Mantova agitatissima per un mio articolo sulle siringhe che si trovavano nel quartiere Lunetta, per cui sono ancora ricordato come una canaglia, ma perdonato a quarant’anni di distanza. La crisi esistenziale del comunismo colpisce anche Cuba dove Fidel Castro prende una decisione clamorosa: dice ai cubani che chi non si sente a suo agio nella sua patria, può fare le valigie e andarsene senza trovare ostacoli. Le folle che si ammassano agli imbarchi vengono chiamate “gusanos”, vermi. Ad agosto accadono fatti che avranno un peso nell’anno successivo e oltre. Papa Wojtyla, polacco, assume il comando del sindacato Solidarnosc e da Roma conduce le trattative con il governo comunista messo in crisi dalle ondate di scioperi nei cantieri navali di Danzica. Il papa diventa il nemico pubblico numero uno dell’impero sovietico e l’anno successivo subirà un attentato a colpi di pistola che fallì per un solo millimetro del percorso della pallottola e il mondo si troverà – senza averlo davvero capito bene – sull’orlo della terza guerra mondiale. E questa sarà un’altra storia cui dedicheremo spazio e alcune rivelazioni.

(1 – Continua)

CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1980

6 gennaio: ucciso dalla mafia il Presidente democristiano della Regione Siciliana Piersanti Mattarella

20 gennaio: il presidente Usa Jimmy Carter annuncia il boicottaggio alle Olimpiadi di Mosca

9 febbraio: Toto Cutugno vince il XXX Festival di Sanremo

19 marzo: il giudice Guido Galli viene assassinato dal gruppo Prima Linea all’interno dell’Università Statale

23 marzo: esplode lo scandalo delle scommesse nel mondo del calcio

10 maggio: inizia in Giappone la commercializzazione del videogioco Pac-Man

22 giugno: si apre la riunione del G7 a Venezia

25 luglio: il gruppo hard rock australiano AC/DC pubblica l’album Back in Black che diventa il secondo album più venduto della storia della musica

2 agosto: alle 10:25 una bomba esplode nella sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e 203 feriti. Quella che sarà ricordata come la strage di Bologna

14 ottobre: marcia dei quarantamila: quadri, impiegati della Fiat, ma anche di operai e comuni cittadini che, inaspettatamente ed in contrapposizione ai sindacati, manifestano per il ritorno alla normalità della città, scossa dalle proteste per la messa in Cassa integrazione guadagni di ben 24.669 operai

4 novembre: il repubblicano Ronald Reagan è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America

23 novembre:  terremoto dell’Irpinia. Alle 19:34 una scossa di 6,9 sulla magnitudo momento pari al X grado Mercalli provoca circa 3000 morti, 9000 feriti, 280.000 sfollati e danni incalcolabili tra Campania e Basilicata

12 dicembre: viene rapito dalle Brigate Rosse il giudice Giovanni D’Urso

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.