Fu l’anno della tragedia più grande: il rapimento – con la strage dei suoi agenti di scorta – e l’interrogatorio che si concluderà poi con l’assassinio di Aldo Moro, il più eminente dei “cavalli di razza” della Dc, più volte presidente del Consiglio, l’uomo che avrebbe dovuto guidare, da presidente della Repubblica, il “compromesso storico” con il Partito comunista, nella veste di garante nei confronti degli alleati della Nato. Fu poi l’anno dei tre Papi e del presidente partigiano Sandro Pertini, il quale riacciuffò un paese dilaniato dal terrorismo e dall’odio, incarnandone l’anima e vincendo alla fine del suo settennato la sua sfida. Fu un anno terribile e violento, ma con molti germi di speranza. L’Italia del 1978 era un paese ancora agricolo ma si vedeva bene che l’industrializzazione avrebbe vinto.

Eravamo, insomma, a cavallo tra il prima e il dopo. E, malgrado tutto il sangue versato e il terrore diffuso, si vedeva che avrebbe vinto il dopo, un po’ come oggi con il governo Draghi che rappresenta la fine della “Guerra dei trent’anni” contro Silvio Berlusconi e quel che restava dell’Italia liberale. Anche allora si concludeva una guerra che era stata prima latente e poi insanguinata, prima che si aprisse un periodo di pace che sarebbe stato a sua volta breve, durato fino alla scomparsa dell’Unione Sovietica e all’inizio di Tangentopoli e di tutti quei processi di decadimento della democrazia parlamentare che porteranno all’effimera fiammata del Movimento 5 stelle e alle furie no-vax di oggi. Era un anno, il 1978, in cui l’economia cresceva a ritmi incredibili, fino al 17%, annuo, nella quasi assenza di un debito pubblico, mentre la disoccupazione giovanile era di dieci punti più bassa di quella di oggi.

L’Europa cominciava a nascere tant’è che si parlava della prima elezione di un Parlamento europeo, anche se mancava del tutto un sentimento collettivo paragonabile a quello delle grandi rivoluzioni. Infatti, non sarebbero nati gli Stati Uniti d’Europa sognati da Altiero Spinelli e dagli altri che avevano fondato l’idea di Europa con manifesto di Ventotene. Sul rapimento Moro e il suo significato, posso offrire la mia versione che in parte contrasta con quella di molti autorevoli “contributors” di questo giornale. Quando andai a Budapest per svolgere una rogatoria internazionale da presidente di una Commissione bicamerale di inchiesta, mi vidi proporre dal Procuratore generale magiaro una valigia di documenti che non ci furono poi mai consegnati, ma nei quali c’erano le prove dei collegamenti tra il Kgb, la Stasi tedesca orientale, il gruppo del terrorista Carlos che aveva stazionato con la sua banda a Budapest facendo il gradasso e progettando i suoi piani criminali e un nucleo dirigente delle Brigate Rosse, a conferma dell’ipotesi delle Br “eterodirette” di cui molto si parlò senza prove.

Come è provato dai documenti della Cia e del Dipartimento di Stato desegretati e pubblicati ormai da molti anni, gli Stati Uniti erano assolutamente favorevoli all’ingresso dei comunisti nel governo italiano, purché avessero consumato lo strappo con Unione Sovietica. A tutti gli alleati stava bene la persona di Enrico Berlinguer e nessuno aveva da ridire sul fatto che l’Italia avesse una politica di sinistra. Ciò che rendeva impossibile l’ingresso del Partito Comunista nel governo era soltanto la questione militare: gli alleati della Nato e principalmente i tedeschi della Repubblica Federale e la Gran Bretagna non ne volevano sapere di condividere i segreti con i comunisti italiani ancora in stretto legame con Mosca. La guerra che non ci fu sembrava imminente perché, come si legge dai verbali delle riunioni annuali del patto di Varsavia ovvero della Nato dell’Est, una guerra fulminea e con uso di armi nucleari avrebbe dovuto portare l’Armata Rossa fino all’Atlantico espellendone gli americani e catturandone la produzione tecnologica. Quei piani erano sempre attuali e rinnovati anno dopo anno, esercitazione dopo esercitazione.

Dunque, la questione militare, di cui la crisi degli euromissili fu il momento di massimo attrito, bloccava l’atteso ricambio della classe dirigente italiana che gli alleati occidentali avrebbero voluto ma che non riuscivano a ottenere. La classe dirigente italiana aveva speculato sul ruolo dell’Italia come paese cerniera fra Est ed Ovest per fare affari leciti e illeciti con il mondo radicale islamico e con quello dell’impero sovietico oltre a taglieggiare gli alleati con ricatti e dimostrazioni di disaffezione. Per quello che ho potuto ricostruire da allora, e sono passati quarantatré anni, il delitto Moro così come il tentativo di uccidere Enrico Berlinguer in Bulgaria fu la risposta sovietica al progetto di compromesso storico e il rapimento costituì il più grave vulnus che fosse mai stato inflitto alla Repubblica italiana prima del delitto Falcone. A via Fani, un solo killer che fu udito da una testimone esprimersi in una lingua straniera, uccise tutti e cinque gli uomini di scorta.

Sono passati dunque quarantatré anni da allora, me ne rendo conto oggi, il che vuol dire che soltanto coloro che hanno un’età prossima alla sessantina possono averne un vago ricordo di quell’epoca e di quei fatti, mentre soltanto i settantenni e i vecchi ne hanno un ricordo netto. Gli italiani di oggi non possono dunque ricordare e rivivere l’angoscia provocata da quel delitto ed è veramente difficile trasmettere oggi quelle emozioni di allora che appartenevano ad un mondo totalmente scomparso le cui conseguenze sono attualissime. Durante le lunghe settimane che passarono dalla cattura alla morte di Moro, si formarono due partiti: uno favorevole alla trattativa (socialisti, radicali, gruppi extraparlamentari e liberali) e uno detto “della fermezza” (Pci e Dc) che di fatto voleva Moro morto. Ci dividemmo con odio. Io fui per la trattativa e sottoscrissi un documento di Lotta Continua perché si salvasse Moro e sperimentai la prima messa al bando. Ricordo Bettino Craxi nel suo impermeabile sbottonato che spiegava ai giornalisti le ragioni del “primum vivere” e Marco Pannella, tutti per la trattativa. La trattativa ci fu, fu segreta, drogata dalle bugie e dai segreti di Stato e Moro, del resto, era stato già condannato a morte fin dall’inizio.

La violenza terroristica allora era al suo massimo, le Brigate Rosse, come anche le brigate nere dei Nar erano all’apice della notorietà internazionale. Le azioni dei terroristi di fatto rappresentavano quelle di uno Stato dentro lo Stato, una rivoluzione che sembrava imminente ma che non venne mai e tuttavia si annunciava continuamente con una catena di omicidi, delitti di una rara codardia compiuti invariabilmente dopo lunghe indagini sulle vittime affinché i loro carnefici potessero assassinarle indisturbati facendola franca. Il mio amico Piero Bellanova, uno dei maestri della psicanalisi italiana dell’epoca, mi raccontò che molti brigatisti chiesero agli psicoanalisti di essere curati per il senso di colpa che provavano dopo aver compiuto i loro delitti. E gli psicanalisti erano costretti a rifiutare queste richieste non soltanto per motivi legali e morali ma perché non potevano far nulla contro il rimorso del male compiuto, ma potevano curare soltanto i sensi di colpa, che sono la fantasia di un male che non è stato realmente inferto.

Era un’Italia grigia, eccitata, con la pistola in tasca sia per difendersi che per offendere. Ed erano anni in cui la guerriglia di destra trovava molte occasioni per legarsi a quella di sinistra formando dei sodalizi che ricordavano il patto sovietico nazista dell’agosto 1939. Erano gli anni dei “nazi-maoisti” e si respirava questa strana aria di collusione tra forze che esplicitamente ripudiavano la democrazia (parlamentare, borghese e occidentale) e si ritrovavano dalla stessa parte. L’Italia contadina si stava estinguendo, Ermanno Olmi proprio in quell’anno realizzò L’albero degli zoccoli, un tributo all’Italia dei discendenti dei servi della gleba con le loro facce antiche e i loro rituali eterni. Era un mondo che scompariva di fronte all’industrializzazione ed era anche il mondo in cui Grease era il film che registrava gli incassi più alti.

Fu l’anno in cui la legge Basaglia impose la chiusura dei manicomi con una legge molto discutibile perché funziona bene nelle piccole città ma malissimo in quelle grandi imponendo di fatto alle famiglie di persone con disagi psichici la cura dei loro parenti malati con un alto tasso di violenza interna, omicidi e suicidi che furono un altro prezzo pagato alla chiusura delle cliniche psichiatriche che in tutti i paesi del mondo civile esistono, sono moderne e accettabili e non somigliano minimamente a quella specie di Marat-Sade (un film di successo di quell’epoca) che fu Santa Maria della Pietà a Roma e tutti gli altri infami lager psichiatrici. Fu l’anno in cui l’aborto fu regolato per legge e diventò una conquista delle donne e fu anche l’anno in cui iniziò a funzionare davvero il servizio sanitario nazionale.

La morte di Aldo Moro, che era destinato a salire al Quirinale per diventare presidente di un Italia in cui sarebbe dovuto avvenire il grande ricambio della classe dirigente, costrinse i partiti a cercare un sostituto e Bettino Craxi per una volta ebbe successo nel proporre il più importante dei socialisti che avevano guidato la resistenza e la lotta al fascismo. Quell’uomo fu ovviamente Sandro Pertini, uomo che conoscevo benissimo da quando ero redattore dell’Avanti e lui veniva spesso a richiedere pezzi che mai avrebbe pagato da pubblicare sul Lavoro nuovo di Genova. Pietro Nenni lo prendeva in giro spesso dicendo «Il nostro Sandro ha una testa fatta di solo osso” ma l’icona “Pertini, il partigiano Presidente” era perfetta: asciutto, magro, con una bella pipa, un viso con zigomi solidi e quando andò al Quirinale volle un alloggio che io visitai accompagnato da Francesco Cossiga molti anni dopo, che fosse il più possibile simile alla sua cella di prigioniero politico di Mussolini. Nell’ultima fase della Italia fascista gli oppositori eminenti in prigione erano stati Antonio Gramsci, Sandro Pertini e Giancarlo Pajetta. Il suo alloggio consisteva in una stanza spoglia con un letto di ferro, un tavolo di legno, una sedia, un piccolo armadio e una lampadina che pendeva dal soffitto con un lungo filo elettrico.

Pertini aveva avuto un violento alterco con la madre, un alterco epistolare ma egualmente acceso quando scoprì che lei aveva chiesto la grazia ma non solo per suo figlio. Essere prigioniero per patire era il più grande vanto di uomo intransigente e sapeva rafforzare questa sua immagine con il racconto dei giorni convulsi in cui lui inseguiva a Milano Mussolini su e giù per le scale dell’Arcivescovado con la pistola in tasca per giustiziarlo. Pertini per la prima volta parlò pubblicamente delle trame e degli intrighi dei servizi segreti sovietici davanti a un Paese del tutto ignaro. Si conoscevano le trame vere o supposte della Cia americana, delle spie fasciste, i massoni, i nazisti tedeschi che ancora proliferavano nel Bnd il servizio segreto della Repubblica federale ma non sapevano nulla della polizia e dello spionaggio sovietico. Pertini tenne insieme un Paese sull’orlo della disfatta che sarebbe imploso se non avesse avuto una guida come la sua, fatta di parole secche, talvolta brusche, ma molto affascinanti e la cui forza si trasmetteva per contagio. Dei tre Papi che si succedettero in quell’anno diremo nella prossima puntata.

(1 – continua)

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1978:

7 gennaio: a Roma si consuma la strage di Acca Larentia in cui due militanti missini, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, vengono uccisi durante l’assalto a una sezione del partito in via Acca Laurentia (quartiere Appio). Poco dopo i carabinieri uccidono, nella ressa che segue al duplice omicidio, Stefano Recchioni, altro esponente missino.

25 gennaio: in Spagna, l’ex-sindaco franchista di Barcellona e sua moglie vengono assassinati. Sono stati uccisi da una bomba a pressione applicata al petto dell’uomo con un nastro adesivo.

11 febbraio: la Cina proibisce la lettura delle opere di Aristotele, Shakespeare e Charles Dickens.

21 febbraio: a Città del Messico alcuni operai delle linee elettriche si imbattono in quelle che si scopriranno essere le rovine del Templo Mayor.

1º marzo: a Corsier-sur-Vevey, in Svizzera, le spoglie di Charlie Chaplin vengono trafugate dal cimitero in cui è sepolto, a scopo di estorsione.

14 marzo: in Libano le forze armate israeliane invadono il Libano dando il via all’Operazione Litani.

16 marzo: a Roma, in via Fani, un commando delle Brigate Rosse rapisce Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e uccide i cinque uomini della sua scorta.

1º maggio: in California la DEC invia la prima email di spam (messaggio commerciale indesiderato).

9 maggio: viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro nel baule di una Renault 4 rossa in via Caetani, una laterale di Via delle Botteghe Oscure.

9 maggio: viene assassinato Peppino Impastato.

17 maggio: il corpo di Charlie Chaplin viene ritrovato nei pressi del Lago di Ginevra.

8 luglio: il socialista Sandro Pertini viene eletto presidente della Repubblica Italiana al 16º scrutinio.

25 luglio: nasce Louise Brown, la prima “bimba in provetta” mediante la procreazione assistita (o fertilizzazione in vitro).

28 settembre: muore Papa Giovanni Paolo I dopo soli 33 giorni di pontificato.

23 dicembre: viene approvata la legge che istituisce il “Servizio Sanitario Nazionale”.

27 dicembre: la Spagna diventa una democrazia dopo 40 anni di dittatura.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.