Nell’arsenale per combattere il Covid 19 l’Ema ha in fase di approvazione due nuove armi. Il vaccino made in Usa Novavax prima e, in coda, lo studio del siero austro-francese Valneva. Il parere dell’Agenzia europea dei medicinali Ema sul Novavax “è attesa a dicembre, tra il 16 e il 20”, spiega il direttore generale Aifa, Nicola Magrini, in audizione in commissione Sanità del Senato.

Il Novavax, in particolare, potrebbe non dispiacere ai no vax – o almeno a chi non si è ancora vaccinato per paura, più che per ideologia – perché è basato su una vecchia tecnologia (non Mrna), e quindi super testata e più accettata dagli scettici, che sfrutta la tecnica delle proteine ricombinanti. Anche il Valneva potrebbe andare a genio ai più timorosi, perché utilizza il know-how del virus non attivato. Tra pochissimi giorni, il 15 dicembre, scatta l’obbligo vaccinale per nuove categorie di lavoratori, compresi gli insegnanti e le forze dell’ordine.

Si tratta comunque di due sieri diversi rispetto a quelli di Pfizer Biontech e Moderna che vengono usati per le terze dosi, e a quelli di Astrazeneca a Johnson&Johnson (a vettore virale). Oltretutto il Novovax potrebbe risolvere il problema della vaccinazione nei Paesi più poveri perché ha un costo contenuto e si può conservare in un frigorifero ‘normale’.

Il ‘Nuvaxovid’ (nome commerciale del vaccino di Novovax) utilizza quindi le proteine ricombinanti, in uso da tempo contro malattie come la pertosse. Quindi non c’entra nulla con la nuova tecnologia a Rna messaggero, invisa alla maggior parte dei contrari al vaccino. In pratica, le molecole sono in grado di assemblarsi per formare particelle simil-virali sulla base delle quali l’organismo produce la sua risposta immunitaria, scatenando la formazione di anticorpi.

Il preparato promette bene perché stando all’azienda l’efficacia è intorno al 90%. Da un’altra indagine, condotta negli Stati Uniti e in Messico, risulta il 100% di protezione contro la malattia moderata e grave e il 90,4% di efficacia totale.

Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (Cts) e Ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano, spiega come funziona parlando al Corriere: “È una tecnica utilizzata da più di trent’anni: ha permesso di produrre vaccini oggi usati anche per proteggere i neonati, senza il rischio di effetti collaterali di rilievo: sono quelli contro l’epatite B, il meningococco B, l’herpes zoster e l’Hpv. Può rappresentare un’arma importante verso indecisi e timorosi”, sottolinea l’esperto.

Anche il vaccino di Valneva è piuttosto diverso dai preparati finora utilizzati contro la pandemia: infatti si basa sul virus inattivato, che stimola la risposta immunitaria. E anche qui si tratterebbe di una tecnologià meno temuta da molti scettici.

Diversamente dagli altri quattro vaccini già autorizzati (due a mRna e due a vettore virale), Valneva contiene il virus Sars-CoV-2 non attivo, che non può causare la malattia, e contiene anche due ‘adiuvanti’, sostanze che aiutano a rafforzare la risposta immunitaria al vaccino.

Riccardo Annibali

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