Giustizia
Crolla il tribunale di Bolzano: la metafora è diventata realtà
A Bolzano è venuto giù il palazzo di giustizia. È rimasta in piedi solo la facciata: come nel resto del Paese. All’alba del 16 luglio il tetto del tribunale di Bolzano è franato, portandosi via l’aula della Corte d’Assise e le aule civili. Un boato, una nube di polvere, un’addetta alle pulizie ferita di striscio. In piedi è rimasta soltanto la facciata.
Difficile immaginare allegoria più puntuale della giustizia italiana: dentro, macerie; fuori, la facciata regge. Perché il crollo, da noi, è ordinaria amministrazione. Nel civile, recuperare un credito è un’odissea che si misura in anni, non in mesi. Nel penale, la durata irragionevole dei processi ci vale da decenni il primato delle condanne a Strasburgo, al punto che abbiamo dovuto inventare una legge — la Pinto — per indennizzare le vittime della lentezza: legge a sua volta lenta.
Le carceri, censurate dalla Corte EDU con la sentenza Torreggiani, restano stipate oltre ogni decenza. E la pubblica amministrazione, quando perde, non paga: nemmeno le sentenze la scalfiscono. Quanto alle indagini, durano quanto basta a diventare esse stesse la pena.
Kafka immaginò un uomo che attende per tutta la vita davanti alla porta della legge, custodita da un guardiano. Noi abbiamo aggiornato la parabola: la porta è crollata, il guardiano si è salvato per miracolo e l’attesa continua tra i calcinacci. Nessuna vittima, per fortuna: solo un graffio — e questa rubrica, che di graffi vive, non poteva non notarlo. Ma la ricostruzione che servirebbe non è quella del tetto. Battiato, alla sua povera patria, cantava una primavera perennemente in ritardo. Sono passati trentacinque anni: non è ancora arrivata.
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