C’è l’aspetto costituzionale e di diritti e di legge. Eppure anche a parlare di queste cose in questi giorni ci dicono che siamo troppo petulanti, che dovremmo avere il cervello e la bocca solo di virus, che l’unica notizia che conta e l’unico termometro delle nostre vite sono i bollettini medici che vengono sputati a reti unificate. Eppure il giurista Sabino Cassese ha messo in fila sette decreti del presidente del consiglio dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, due fanno addirittura riferimento l’uno all’altro (come se esistesse una legislazione interna tutta di pugno presidenziale) e due si assorbono uno nell’altro. Cassese, giustamente, propone almeno di assorbirli in decreti legge che avrebbero comunque il dovere di passare dal Parlamento.

Sulle colonne de Il Sole 24 Ore il professore Francesco Clementi ne aveva sconsigliato l’uso e l’abuso. I decreti del presidente del consiglio dei ministri, forse vale la pena ricordarlo, non hanno bisogno di essere convertiti in legge come i normali decreti legge, hanno immediato vigore, non passano né per la firma del Capo dello Stato né per la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Le deroga maggiore concessa dalla nostra Costituzione sta nei decreti legge che in questi giorni vediamo sventolare con molta leggerezza (nella forma più appuntita di quello del presidente del consiglio) e per cui da anni sentiamo tutti sgolarsi da tutte le parti contro l’abuso.

A tutto questo si aggiunge il trucco di cancellare tutti i decreti precedenti (che stanno ingolfando un Parlamento praticamente fermo) cambiando un solo articolo e infilandoci dentro un maxi-emendamento che assorbe tutti i decreti precedenti prorogandoli così ogni volta un po’ più in là. Questioni lana caprina? Sì, potrebbe essere, se non fosse che all’emergenza si risponde con la pronta reazione della democrazia e non con il suo avvilimento. Sarebbe anche da capire perché il Movimento 5 Stelle, che da sempre ha usato il Parlamento e la collegialità quasi come un feticcio pur di farsi portavoce di una svolta che non si è mai vista, taccia così compatto sul punto. Ma davvero questa mancata attività del Parlamento rientra nella normalità dell’emergenza?

Per essere più precisi: ma è giusto e normale che in questo momento in cui i postini lavorano, i deputati e senatori siano costretti a non lavorare? Dove sta il senso di questa differenza? Dove sta il valore imprescindibile del Parlamento con cui ci hanno (giustamente) ossessionato un po’ tutti in tutti questi anni? Poi c’è la questione politica e anche questa a vederla da fuori risulta abbastanza avvilente: insieme al virus si è instaurato il feroce contagio di un pensiero univoco che ci vede tutti impegnati come testimonial dello “state a casa” come se non accadesse nulla al di fuori dei nostri piccoli balconi (per chi li ha) e come se partiti di governo e partiti di opposizione non debbano fare altro che trasformarsi in cisterna di influencers per ripetere allo sfinimento quello che viene ripetuto alla televisione, sui giornali e per radio.

Se qualcuno si permette di fare notare che ci sono migliaia di casi e di segnalazioni di situazioni lavorative che non rispettano minimamente non solo i sacri dettami del presidente Conte ma nemmeno le regole basilari del diritto dei lavoratori , si viene accusati di volere essere dei disfattisti in un momento delicato che ci dovrebbe vedere tutti uniti, tutti contritamente felici a cantare l’inno nazionale sul balcone.  Le rivendicazioni dei lavoratori e gli allarmi lanciati dai sindacati dalle parti sociali affondano nella melassa di un chiudersi in casa che dovrebbe essere anche nei pensieri, nelle aspirazioni e nella ristrettezza delle rivendicazioni.

Fuori dai balconi da cui intoniamo i nostri aperitivi musicali c’è il personale medico che continua a lavorare senza le dovute protezioni (ma non dovrebbe essere prioritario salvare i salvatori?), ci sono i dipendenti delle poste che descrivono situazioni di lavoro a dir poco vergognose, ci sono gli autisti dei mezzi pubblici, ci sono i lavoratori costretti ad ammassarsi sui mezzi pubblici in barba a tutte le raccomandazioni e a tutte le ordinanze, ci sono i senza tetto multati per non avere un tetto, ci sono i carcerati illegalmente ammassati già da prima del Coronavirus che sono una bomba pronta a esplodere, c’è la ferita aperta del campo profughi a Lesbo infilato sotto il silenzio per l’emergenza virus, ci sono le riflessioni che andrebbero fatte sugli ospedali chi o semichiusi o mai finiti che tornerebbero molto utili e che per vergogna vengono lasciati inermi come cattedrali nel deserto.

C’è lì fuori una schiera di persone senza voce e senza rappresentanza per cui l’emergenza sanitaria non ha modificato nulla della loro quotidianità se non aggiungere un bel po’ di paura e di fatalismo su quello che avverrà. Mentre si discute di aziende e di grandi aziende ci sono piccoli commercianti che non riuscivano a sopravvivere già prima del virus, camminando su un filo sottilissimo, e che invece oggi vengono trattati come quelli che devono avere qualche mese di pazienza mentre non hanno a disposizione nemmeno qualche settimana. In un momento in cui il virus rende evidenti e spigolose tutte le disuguaglianze (perché è una bugia colossale che il virus sia una livella: vale per i morti ma non vale per i vivi) sembra vietato alzare la voce e puntare il dito per mostrare (e e eventualmente risolvere) le criticità.

Che, se ci pensate, dovrebbe essere il compito della politica, di quella politica che si spreme per twittare bandiere, frecce tricolori, messaggi vuoti di speranza e auguri per tutti. Ma davvero va tutto bene così? Davvero è salutare la narcotizzazione insieme al lockdown?