Anche sull’isola di Lesbo si sarebbe verificato il primo caso sospetto di coronavirus. A riportare la notizia sono i media locali, secondo i quali ad avere i sintomi della malattia sarebbe una donna di 40 anni. Secondo il quotidiano Ekathimerini la donna di recente era stata in Egitto ed Israele in vacanza, mentre secondo la rete No Borders, che monitora le condizioni dei migranti sull’isola, la donna sarebbe impiegata in un supermercato e per questo sarebbe entrata in contatto con molte persone. Il caso rende ancora più preoccupante la situazione già tesa sull’isola, dove vivono anche 20 mila migranti e rifugiati in centri sovraffollati e in condizioni igieniche al limite.

«Al momento non ci sono indicazioni o prove che portino a dover considerare i richiedenti asilo in qualsiasi parte d’Europa come un rischio per la salute», afferma Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L’Agenzia Onu, prosegue la portavoce, «ha sempre affermato che gli Stati hanno il diritto legittimo di gestire i propri confini». «Pertanto le misure di controllo delle frontiere possono comprendere misure per accertare l’identità e controllare le condizioni di salute di ogni richiedente asilo», chiarisce Sami. «Tuttavia – aggiunge la responsabile – tali misure non dovrebbero minare o limitare il diritto a chiedere asilo e devono quindi rispettare il principio di non respingimento. Vi possono essere delle restrizioni, ma oltre ad essere proporzionate, devono essere previste solo per motivi di sicurezza e ordine pubblico».

«La situazione preoccupante – rimarca Sami – è legata all’eccessivo sovraffollamento nell’isola. Sono settimane, anzi mesi che chiediamo di trasferire tutte le persone su terraferma. Sulla terraferma – aggiunge – le oltre 20 mila persone presenti potrebbe vivere in strutture dignitose. Ribadiamo il nostro appello anche oggi». Il caso, adesso, è stato confermato e le associazioni che si stanno occupando dei migranti assiepati nei campi profughi di Lesbo sono davvero preoccupate. Se il contagio non fosse isolato e se si dovesse diffondere in qualche modo tra i migranti che si trovano ammassati sulle coste dell’isola greca, ci sarebbe un effetto devastante.

Nel campo di Moria, ci sono 20mila persone all’interno di una tendopoli che non ha acqua, figuriamoci il sapone per prevenire il contagio. Alla vergogna del campo di Lesbo, dove vivono in condizioni disumane migliaia e migliaia di migranti, ora si aggiunge un’altra sconvolgente rivelazione: il governo greco sta imprigionando i migranti in isolamento in un sito segreto, situato nel Nord-Est del Paese, prima di espellerli in Turchia senza che possano presentare richiesta di asilo o parlare con un avvocato. È quanto denuncia il New York Times, sottolineando come Atene stia cercando in questo modo di scongiurare la crisi del 2015, quando più di 850.000 persone prive di documenti riuscirono ad entrare nel Paese, per poi proseguire verso l’Europa
Il Nyt è venuto a conoscenza del sito da informazioni raccolte sul terreno e dall’analisi delle immagini satellitari.

Diversi migranti hanno raccontato al quotidiano americano di essere stati catturati, privati dei beni, picchiati ed espulsi dalla Grecia senza aver avuto la possibilità di presentare richiesta di asilo o di parlare a un avvocato. Tramite incroci di informazioni, descrizioni, dati e coordinate satellitari, il New York Times è riuscito a localizzare il centro di detenzione, che si trova nei terreni agricoli tra Poros e il fiume Evros. La Grecia è firmataria della Convenzione europea sui rifugiati ed è quindi illegale rifiutarsi di accogliere una domanda d’asilo o rimpatriare dei richiedenti asilo in Paesi in cui corrono dei rischi. Secondo Eleni Takou, vicedirettore e responsabile della Ong HumanRights360, ogni giorno emergono testimonianze e vittime dei cosiddetti “push-back”, i respingimenti di migranti alla frontiera al di là del fiume Evros.