Parole su parole, per spiegare il cambiamento, per dire di come e se l’umanità si trasformi nello scorrere degli eventi pandemici. E nemmeno una parola sulla parola, sul suo essere la stratificazione storica della relazione che incorre fra l’uomo e ciò che lo circonda, fra l’uomo e i propri sensi, i dettami dei suoi sentimenti. Nemmeno un accenno su quali e quante parole spariranno o usciranno mutate dal lockdown, termine che è entrato prepotentemente nella vita relazionale: la fuga per vivere, o solo sopravvivere. Cambia soprattutto il valore che si dà alla parola libertà, che per alcuni è stata più importante della vita, per pochi lo sarà anche dopo il covid.

I vecchi aspromontani del fascismo non ricordano granché, quasi nessuno nei territori dispersi lo sceglieva come parte, e a nessuna parte passata si era aderito che rappresentasse un potere, né si sarebbe aderito a quelle che sarebbero venute dopo. Il potere lo si subiva come calamità, al pari delle epidemie, delle siccità. Libertà era non dipendere dagli ordini, dai bisogni. Il resto, comunque messo, era costrizione. I sopravvissuti ricordano la passeggiata serale del podestà, che mandava a casa quelli che si spartivano con le parole la fatica cominciata all’alba. Quando lo raccontano sui volti antichi si disegna la mirabilia, la meraviglia: un evento straordinario, inatteso, che spezza un rapporto fra l’uomo e la sua essenza.

La pandemia ha compresso tantissimi piccoli spazi di libertà che ognuno, a modo proprio si era costruito: il caffè alle cinque del pomeriggio, i passi sul molo di un porto, un quadro o un panno dietro una vetrina, uno struscio, le pagine rubate a un libro in libreria. Qualunque cosa, anche un gesto di scaramanzia, cose a corredo della vita, di tutte le vite, le più diverse. Molte libertà e molte parole che ne spiegano le relazioni le riavremo, ci verranno di nuovo concesse.

Ciò che sparirà o sarà mutilato, è la meraviglia: quel disegno ingenuo, bambino che ci incorniciava il volto per l’inatteso, il mirabolante, ciò che non poteva essere, che non avrebbe potuto essere, e invece lo abbiamo visto normale. Normale, abbiamo trovato normale ogni restrizione, che anche sia stata giusta, non abbiamo preteso ci fosse spiegata. Non abbiamo chiesto di essere convinti: abbiamo eseguito tutto, abbiamo urlato dalle finestre ai trasgressori, ingiuriato i corridori, e puntato dita e dita contro chi attentava alla nostra sicurezza, fosse essa il bene supremo, l’unico su cui arroccarci, e non fosse la vita nelle sue parole complesse, nelle stratificazioni storiche delle proprie relazioni, il traguardo a cui ambire. La meraviglia abbiamo perso, o l’abbiamo lasciata mutilare. Per la meraviglia non si combatte da tempo, da prima della pandemia, che in molti posti nemmeno si è vista. Nulla ci sorprende più, e dopo il covid ci sorprenderemo sempre meno di cose un tempo mirabilanti e ora tristemente normali.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.