«Abbiamo fatto un lavoro notevole, siamo soddisfatti. Il Paese cresce ben oltre il 6 per cento. Abbiamo aumentato la spesa sociale e destinato 12 miliardi al taglio delle tasse. Sulle pensioni abbiamo chiuso Quota 100 e avviato la strada per tornare a un sistema del tutto contributivo. Soprattutto è una legge di bilancio coerente con il Piano nazionale di ripresa e resilienza». Un po’ di bastone, un po’ di carota, Mario Draghi arriva soddisfatto alle 19 e 30 in conferenza stampa dopo tre ore di discussione che hanno portato all’approvazione della prima legge di bilancio della gestione Draghi. Il premier prosegue la sua marcia al governo del paese e per il governo del paese. Il metodo pragmatico si colora però di un tratto “più politico che tecnico” – e questo è un tratto che ormai tutti stanno notando – che porta avanti l’agenda con due obiettivi: portare i conti a posto o almeno nella giusta direzione; rispettare gli impegni assunti con Bruxelles nel Pnrr. Il metodo ormai è noto: ascoltare tutti e poi decidere. Scontentando ogni volta qualcuno. Oppure, al contrario, accontentando un po’ tutti.

L’approvazione è avvenuta, dicono fonti di governo, “tra gli applausi” dopo una serrata discussione (solito braccio di ferro Lega e M5s sulle vecchie norme bandiere), tre giorni di cabine di regia e preconsigli, la testa al G20 che inizia oggi con tre bilaterali chiave a palazzo Chigi (Biden alle 15.20; Modi alle 17.15; il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alle 19). Un Draghi, raccontano, “ancora più libero di agire e che prende decisioni”. Ammesso che il premier abbia mai “espresso” l’intenzione o ipotizzato di andare al Quirinale dopo Mattarella, quel che è successo mercoledì al Senato sul ddl Zan è stato un utilissimo bagno di realtà: il Parlamento va per conto suo; le segreterie non controllano i gruppi parlamentari; qualunque leader o segretario stia vendendo in questo momento una candidatura o l’altra, sta bluffando. Dunque rischiano di essere traditrici o anche solo illusorie le sirene di chi – il centrodestra – gli promette l’elezione a capo dello Stato già a febbraio (probabilmente sarebbe contrario il Pd). O di chi, nei retroscena quirinalizi, ipotizza che ci potrà andare nel 2026, una volta conclusa la mission del Pnrr: a quel punto la strada sarebbe sbarrata direttamente dal Pd che nel palazzo dei Papi ci vorrebbe mettere uno dei suoi.

La legge di bilancio approvata ieri, al netto delle correzioni che farà il Parlamento, risponde a questa fase più chiaramente politica di Mario Draghi: tirare dritto in nome del pragmatismo e dell’efficienza dei saldi ma con dolcezza perché sarà il Parlamento a eleggere il capo dello Stato. Le pensioni, ad esempio. Una volta chiarito il perimetro – abolita Quota 100, occorre tornare anche gradualmente alla normalità, cioè età media per le pensione intorno a 65 anni secondo la media europea – il premier ha concesso una bandierina a Salvini e Durigon: nel 2022 si andrà in pensione con Quota 102 (38 anni di contributi e 64 anni di età). Due anni in più di Quota 100. È un ritorno graduale alla normalità. Non è una riforma definitiva del sistema pensionistico (il Mef aveva proposto due gradini prima di tornare alla Fornero, cioè in pensione a 67 anni). Si tratta solo della pezza per l’anno che verrà. Sapendo però che mai si potrà tornare a Quota 100 e che 65 anni sarebbe la media ideale. Sindacati e ala sinistra del Pd si devono accontentare dell’estensione per un anno di Ape social (con allargamento dei lavori usuranti che da 15 categorie passano a 23, dalle maestre ai portantini negli ospedali e anche le estetiste) e di Opzione donna.

Anche il Reddito di cittadinanza racconta bene di questo approccio bastone/carota di Draghi. L’assistenza ai poveri e il sussidio ai disoccupati sarà rifinanziato (circa un miliardo l’anno). Il punto è che del vecchio Reddito, la bandiera che tre anni fa fece salire Di Maio e soci sul terrazzino di palazzo Chigi per proclamare “l’avvenuta abolizione della povertà”, rimane solo l’involucro. La facciata. Draghi non lo ha abolito, come ha fatto con Quota 100, ma lo ha svuotato. Stop al sussidio se si rifiuta una delle due offerte; dopo sei mesi di sussidio, se non si trova lavoro, il reddito avrà la cifra simbolica di 5euro al mese (esclusi i soggetti fragili e con familiari a carico non autosufficienti. L’incrocio delle banche dati Inps, Lavoro e Giustizia consentiranno di scovare subito i percettori illeciti perché condannati. Ci sarebbe da chiedersi perché non è stato fatto prima, ma tant’è. Verifica anche sui requisiti patrimoniali di chi percepisce il reddito, come certi possessori di villa con parco. E poi addio “divano”: i comuni infatti «sono tenuti ad impiegare almeno un terzo dei percettori del reddito del proprio territorio in progetti utili alla collettività». Lavori socialmente utili e gratuiti. Sarà da ridere.

Nella 94 pagine di testo si percepisce l’attenzione a spendere i soldi dove è necessario. Ci sono quattro miliardi per la spesa sanitaria. È rifinanziato per 3 miliardi il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Tre miliardi vanno alla riforma degli ammortizzatori sociali. E altri due per ammortizzare l’aumento delle bollette. Investimenti pubblici per due miliardi. Otto miliardi per il taglio delle tasse, Irpef e Irap che saranno definite nell’iter di approvazione. «Il taglio sarà pari a 40 miliardi in tre anni», ha assicurato Draghi che in conferenza stampa ha voluto accanto a se il ministro Franco e il ministro Orlando. E poi una serie di misure specifiche. Per combattere la crisi delle candidature e rendere più remunerativo un mestiere diventato negli anni sempre più difficile e rischioso, la legge alza gli stipendi dei primi cittadini: i sindaci delle città metropolitane saranno equiparati ai presidenti di regione; più in generale l’aumento sarà del 16% per i comuni sotto i tremila abitanti.

È una legge di bilancio che cerca di dare risposte a chi ha chiesto interventi specifici e motivati: la montagna (100 milioni nel 2022 che raddoppiano dal 2023); i 50 milioni per la formazione dei dipendenti della Pa; 310 milioni per il rinnovo dei contratti; 300 milioni in più per gli insegnanti; 500 milioni in più anche per i Comuni. Roma beneficerà di ben due miliardi, un miliardo e mezzo per il Giubileo e mezzo miliardo per Roma Capitale. Un bel punto di partenza per il neosindaco Gualtieri. Niente da fare invece per il cashback di Giuseppe Conte che non è stato difeso neppure dai suoi ministri. Patuanelli invece ha difeso con le mani e coi denti il Superbonus del 110%. Ridotto al 60% il bonus facciate. Il Parlamento avrà a disposizione circa 500 milioni per le correzioni durante l’iter di approvazione. E vedremo come deciderà di spenderli. Se in sagre o in interventi per il territorio. È la prima vera manovra del premier Draghi. Ed è sicuramente una manovra politica.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.