Domenica e lunedì Venezia sceglie il sindaco. Parla Paolo Diprima, docente di Storia dello Stato veneziano, già Direttore Sviluppo Economico e Partecipate del Comune e Direttore di ATER Venezia: «Bilancio risanato, case popolari da unificare, MOSE come opera che salva la città. Visione e amministrazione non sono un’alternativa».

Diprima, amministrare Venezia nel 2026: serve buona amministrazione o serve visione? Venezia è un’idea che nei secoli ha preso la forma di una città.
«Direi un po’ tutto. Venezia ha una storia, una cultura, un fascino, ma è anche una città vera, anche se i residenti sono sempre meno. È importantissimo che resti tale: bisogna assicurare a chi ci abita la possibilità di viverci. Non in senso economico — il reddito medio del veneziano non è certo povero — ma rispetto ai disagi che obiettivamente la città subisce. Questo non significa chiudersi o limitare il turismo. Significa contemperare le due cose. Io sono stato per alcuni anni nell’amministrazione comunale, anche in ruoli apicali, e i problemi si pongono. Stiamo in uno Stato democratico, serve il consenso. È una sfida molto difficile».

La macchina comunale veneziana vista da dentro: partecipate, bilancio, una città-arcipelago-laguna. Cosa eredita chi vince domenica?
«Eredita una situazione di bilancio e di solidità delle partecipate molto migliore di undici anni fa. Io sono entrato in Comune nel 2008, dopo una vita da bancario, vincendo un concorso da dirigente. La situazione era difficile: per quadrare i conti bisognava svendere palazzi, quote dell’aeroporto, ogni anno cedere qualcosa, spesso con destinazione turistica. Da quando è arrivata la nuova amministrazione il bilancio è stato risanato, l’indebitamento ridotto, le partecipate hanno bilanci sani. Chi arriva non deve più mettersi le mani nei capelli come allora. L’elettore consapevole dovrebbe capire che molti programmi poggiano su gambe fragili. Anche lo statuto speciale è una bellissima idea, ma ogni modifica costituzionale in Italia ammazza i governi che la propongono: non passa a Roma, figurarsi a Venezia».

Il dossier abitare. La città si svuota. Cosa può fare un sindaco?
«Deve efficientare la gestione delle case pubbliche. Io sono stato direttore di ATER Venezia e ho constatato che c’è scarsa sinergia tra case regionali e case comunali: due mondi separati. Serve una cabina di regia unica. Da tempo si propone l’accentramento delle case popolari affidandolo al Comune, che si è impegnato molto di più della Regione: in questi giorni la proposta è stata accolta. Poi il social housing. A Venezia c’è una tradizione di case popolari, ma sono spesso occupate da persone meritevoli che però non hanno radici in città. Per trattenere i giovani con un reddito dignitoso ma insufficiente a stare sul mercato libero — un mercato impossibile, con questi costi — bisogna uscire dall’assistenzialismo puro e aiutare chi si impegna. È l’unico modo per ripopolare la città».

MOSE, laguna, governance. Comune, Stato, Regione, Autorità per la laguna, Autorità Portuale.
«Bisogna contemperare le esigenze, partendo dal riconoscimento che il MOSE, pur con tutti i suoi problemi, pur con il fatto che fra cinquant’anni probabilmente non basterà più, oggi è una grande opera di ingegneria che sta salvando la città. L’idea del Port Offshore, come quella dello statuto speciale, è bellissima, ma ci vorranno anni perché ritorni la compatibilità economica. Va portata avanti, senza illudersi che nei prossimi decenni sia quella la soluzione. Le opere vanno fatte: scavo dei canali, interventi necessari, con tutte le tutele ambientali. Il no a priori è uno dei problemi che hanno bloccato la città».

Andare oltre il turismo. Marghera, l’artigianato, le vecchie produttività. Si può?
«Oltre» forse è troppo ambizioso. Direi accanto. Una base sul turismo non è superabile, e forse non è neanche giusto superarla: la questione è ampliare i fronti. La storia marinara di Venezia richiama la nautica: benvenga il rilancio dell’Arsenale, benvenga il Salone Nautico di Venezia. Poi la cultura: due università, enti culturali importanti che arrivano dall’estero, arsenali di vitalità che danno posti di lavoro. In terraferma, ogni iniziativa di sviluppo industriale va sostenuta. Anche il deposito delle terre rare: c’è un’ideologia che etichetta come inquinante ogni cosa che non si conosce. E poi il porto, fonte di occupazione e di reddito».

Serve un buon amministratore o una persona di visione?
«Non è un’alternativa. Un buon amministratore non è necessariamente di corto respiro: ce ne sono anche con la vista lunga. L’importante è che ci sia una visione pragmatica, non un libro dei sogni che è un fuggire dalla realtà. Visione su fondamenta concrete, perché altrimenti i vincoli finanziari e di mercato ti bloccano se non hai le gambe. Serve chi sappia amministrare bene, con efficienza, e insieme avere un certo disegno della città. Non la vedo come un’alternativa».