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Emergenza siccità Veneto: la crisi che diventa questione di programmazione
Il Veneto trattiene solo il 5% della pioggia che riceve. Il resto scorre a mare, e questo numero — più delle portate di giornata e degli idrometri sotto zero — aiuta a spiegare perché ogni estate l’emergenza tende a ripresentarsi. La siccità del 2026 ha una parte congiunturale, il cielo asciutto da mesi, e una parte che con il meteo non c’entra. È strutturale, e ha un nome tecnico: servono più invasi. Senza vasche capaci di immagazzinare l’acqua nei mesi umidi, la pioggia che cade in abbondanza a inizio giugno defluisce in mare nel giro di giorni, e a luglio non ne resta nulla. Lo ha ricordato il presidente di Anbi Veneto, Alex Vantini: il piano di risparmio idrico prevedeva 90 invasi, finora ne sono stati realizzati 15.
Su questo terreno la crisi diventa questione di programmazione. Anbi Veneto chiede da tempo due cose: la nomina di un commissario straordinario e accordi di mutualità con il Trentino-Alto Adige, per attingere ai bacini montani quando la pianura è a secco. Sul primo fronte la Regione si è mossa, aprendo un tavolo con Emilia-Romagna, Lombardia e le Province autonome di Trento e Bolzano per aumentare gli apporti dai bacini confinanti: una diplomazia dell’acqua che fino a pochi anni fa sarebbe suonata esotica, e che oggi è ordinaria amministrazione tra regioni che si contendono lo stesso fiume.
I progetti, dal canto loro, non mancano. Al bando nazionale per le infrastrutture idriche il solo Veneto ne ha presentati 48, per un importo che supera l’intero stanziamento messo a disposizione a livello nazionale. È lo scarto che pesa: la domanda di opere eccede di molto le risorse disponibili, e senza un adeguamento dei fondi la progettazione rischia di restare sulla carta. Il nodo, dunque, si sposta dai mesi dell’emergenza a quelli in cui l’acqua abbonda: è allora che si decide dove e quanto invasare. La Regione ha portato i suoi progetti sul tavolo interregionale e sul bando nazionale; il seguito dipenderà dalla capacità di finanziarli e realizzarli negli anni. Perché, come ripetono i consorzi di bonifica, contro una siccità che ritorna la misura decisiva non è quanta acqua si raziona d’estate, ma quanta se ne trattiene nel resto dell’anno.
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