Presidente, l’Unione Europea ha concesso all’Italia la flessibilità per le spese legate alla crisi energetica. Una buona notizia, no?
«Assolutamente sì. La Commissione offre all’Italia la possibilità di usare fino allo 0,3%del Pil all’anno, dal 2026 al 2028, per accelerare la transizione verde e l’indipendenza dalle fonti fossili. Un percorso che potrebbe consentire al nostro Paese di favorire l’installazione di nuove rinnovabili».

Quindi non saranno sostenute le misure che sovvenzionano l’uso di carburanti, ovvero il taglio delle accise?
«Non credo che la concessione fatta dall’UE consenta misure che alimentino la domanda di carburanti fossili, su questo il Commissario Dombrovskis è stato molto chiaro. Nelle prossime settimane capiremo meglio quali provvedimenti saranno ritenuti dall’UE ammissibili».

Cosa dovrebbe fare, secondo lei il Governo adesso?
«Servirebbe un tavolo di crisi con un doppio meccanismo. Il primo è legato all’emergenza: la crisi di Hormuz, la guerra Ucraina-Russia, stanno comportando choc sui prezzi dell’energia. Occorrono misure urgenti e mirate. L’altro tema è la pianificazione dello scenario energetico nazionale. Servono 55GW di rinnovabili per raggiungere l’obiettivo nazionale al 2030, ma il quadro autorizzativo è frammentato tra progetti in V.I.A. nazionale e quelli in autorizzazione regionale, con gravi carenze di personale per la gestione delle Autorizzazioni Uniche e così via. Insomma, rischiamo di non raggiungere gli obiettivi europei. Il Governo deve riprendersi la centralità e la competenza sulla gestione dei progetti di rinnovabili di una certa potenza».

E sul mancato avvio delle aste per l’eolico offshore?
«È un paradosso tutto italiano. Siamo fermi da due anni con 3,8GW di incentivi dedicati alle tecnologie innovative, come l’eolico offshore. Un decreto del MASE, concordato con la Commissione europea, è al momento fermo per il nostro settore mentre in Francia hanno bandito un mese fa una gara di 10GW di progetti di eolico marino. Non solo, i nostri cugini d’Oltralpe hanno già realizzato due porti dedicati ai galleggianti in acciaio e cemento investendo oltre 300milioni di euro e coinvolgendo la Banca europea degli investimenti. In Italia non mancano le iniziative. Cinque progetti già autorizzati in V.I.A. per 2,8GW che potrebbero concorrere al raggiungimento degli obiettivi Pniec e altri progetti in arrivo, ma stiamo perdendo una doppia occasione».

Quale?
«L’eolico offshore non è solo una tecnologia che produrrà, nel mix delle rinnovabili, volumi enormi di energia da immettere con continuità soprattutto nelle ore notturne e nei mesi rigidi quando il fotovoltaico non produce, abbassando il PUN delle bollette. È, innanzitutto, una filiera industriale capace di creare occupazione nel Mezzogiorno, riscatto delle aree di crisi industriale, valore socioeconomico per diversi miliardi di euro. Per ogni euro investito ne portiamo tre sul territorio, lo affermano Intesa Sanpaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e Owemes. E l’Italia ha fame di nuove iniziative industriali».