Cultura
Erri De Luca assente a Salerno: ennesima cartina di tornasole tossica
Viviamo in una società sempre più nervosa, polarizzata e moralmente isterica. Non si confuta un argomento: si mette sotto processo chi lo pronuncia. Le polemiche nate attorno alle recenti dichiarazioni di Erri De Luca su Israele, Gaza e il significato della parola “genocidio” sono l’ennesimo sintomo di un clima culturale tossico. Si può dissentire da lui. Si può considerare la sua lettura storica insufficiente.
Ma una domanda resta: davvero la risposta a una posizione su un tema controverso deve essere la richiesta implicita di silenzio e ostracismo? Dare spazio di parola ad Erri De Luca non equivale necessariamente a sottoscrivere ciò che dice. Ragionare sulle parole dello scrittore oggi, non significa assolvere ogni azione del governo pro tempore di Israele, dove a breve si tornerà liberamente a votare, al contrario di quanto accade nei regimi attorno in Medio Oriente.
Si tratta di segnalare che, un invito già accettato ed annunciato, di un festival sostenuto dagli enti pubblici, viene trasformato con una proposta di natura diversa, solo ed esclusivamente per alcune idee sostenute dallo scrittore in contesti del tutto differenti. Viviamo dentro un tempo che confonde il dissenso con la colpa morale. Il problema nasce quando la critica smette di interrogare gli argomenti e comincia a lavorare sulla legittimità stessa della parola. È una distinzione decisiva. Erri De Luca conosce il rapporto conflittuale della parola in pubblico. In passato fu processato per le sue affermazioni – per chi scrive completamente errate – sulla Tav, in un caso che aprì un dibattito sul confine tra opinione e istigazione.
Ora il corto circuito emerge quando alcuni intellettuali mostrano maggiore agio nel colpire le democrazie liberali e si riscaldano quando altri dissentono in pubblico, ancor di più se si parla di Israele. Esiste oggi una zona del dibattito pubblico in cui la propaganda genocidiaria di Hamas viene non tanto condivisa quanto progressivamente resa intelligibile, depurata dei suoi elementi più incompatibili con la sensibilità democratica.
Parallelamente, l’Occidente viene spesso trattato nemmeno più come una realtà criticabile, ma come il colpevole universale cui ricondurre ogni tragedia storica. Queste però sono le mie opinioni. Invece quello che è successo a Salerno è altra cosa: allo scrittore non è stato contestato il contenuto di un intervento. Si è invece cancellato un invito già annunciato, quello di una prolusione dove si deve condividere necessariamente la linea del festival sul lessico per ragionare del terribile conflitto a Gaza. Non basta dire “massacro”, “strage”, “scempio”, come ha fatto De Luca. Se non dici “genocidio”, c’è il veto. In questo modo si provocano applausi partigiani ma anche critiche profonde, senza rendersi conto, anche in buona fede, di aver legittimato un clima di caccia al diverso che danneggia soprattutto l’immagine di una grande istituzione culturale come è quella di Salerno Letteratura.
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