La misura è colma ed è bastata una goccia a far traboccare il vaso. Fuor di metafora, è stata sufficiente una riflessione di Francesco De Gregori — il richiamo a non confondere il sacro con il profano — per scatenare polemiche e processi sommari. De Gregori ha sempre cantato le sue canzoni senza trasformarle in manifesti ideologici, mantenendo una libertà intellettuale oggi sempre più rara. Ed è difficile non solidarizzare con lui. Per De Gregori il mainstream non va inseguito, bensì contrastato quando esonda nel radicalismo, nel nichilismo e nel conformismo che ormai dominano trasmissioni televisive, social network e una parte della carta stampata.

Il campo progressista, venuto meno il proprio radicamento sociale appare oggi privo di una strategia politica e soprattutto di una visione. E a questo conformismo si adegua una politica spesso incline a cavalcare il mondo dell’effimero. Non è questa, certo, la causa principale della crisi italiana, ma è uno dei sintomi più evidenti del degrado della politica e della cultura pubblica. Le ragioni della crisi sono più profonde: mancanza di riforme istituzionali, impoverimento culturale dei partiti e un Parlamento composto sempre più da nominati anziché da eletti. Con le liste bloccate, i leader politici impongono candidature e fedeltà come una sorta di ukase moderno.

Anche sul conflitto israelo-palestinese si è imposto un clima da tifoseria ideologica. È legittimo criticare duramente il governo di Benjamin Netanyahu ma altra cosa è mettere in discussione il sionismo in quanto tale. In questo clima arroventato è finito, quasi inconsapevolmente, nel mirino anche Erri De Luca colpevole di aver ricordato una verità elementare: riconoscere il diritto all’esistenza di Israele non significa approvare ogni scelta del suo governo. Lo scrittore napoletano ha precisato che chi sostiene la soluzione dei “due Stati” può dirsi sionista nel senso originario del termine, mentre chi auspica la cancellazione di Israele dalla carta geografica scivola inevitabilmente nell’antisemitismo. Per questo, simbolicamente, sono stati “crocifissi” sia De Gregori sia De Luca: perché uomini liberi, non allineati alla Weltanschauung dominante e al pensiero unico progressista, non addomesticati dal conformismo corrente.

In un tempo manicheo la libertà di pensiero diventa una colpa. A sinistra, più che un sistema valoriale e liberale, sembra prevalere spesso una logica di irregimentazione: l’intendenza deve seguire. Ormai sono cantanti, attori, registi e personaggi dello spettacolo ad aprire il balletto politico, mentre la politica è costretta a inseguire, subire o adeguarsi. Eppure proprio figure come Francesco De Gregori ed Erri De Luca ricordano che la cultura non dovrebbe servire a costruire tifoserie, ma a difendere il dubbio, la complessità e la libertà. Quando una società comincia a processare chi non si adegua al coro, significa che l’ideologia ha preso il posto della politica e che il settarismo, avendo smarrito il popolo, finisce inevitabilmente per smarrire anche la ragione.