La crisi della giustizia coincide con la crisi della professione di avvocato. Per l’avvocato Claudio Botti, penalista di grande fama e di grande esperienza, l’emergenza legata alla pandemia ha solo amplificato un problema che ha origini lontane e una matrice culturale. La sua è un’analisi lucida e precisa che termina con un monito per le nuove generazioni affinché si affaccino alla professione forense con più consapevolezza e un richiamo all’avvocatura più esperta affinché recuperi la responsabilità e la centralità del ruolo del difensore. La sua proposta? L’istituzione di albi di specialità in modo da rendere più specialistica la formazione degli avvocati. Quanto alla lenta ripresa delle attività giudiziarie che scandisce i ritmo della riapertura degli uffici giudiziari dopo la pausa feriale, afferma: «Non si tratta di ripresa, perché la ripresa presuppone che ci sia stata un’attività. Qui si tratta di organizzare un inizio di attività giudiziaria, tenendo conto delle contingenze e della situazione con la quale purtroppo ancora dobbiamo convivere».

Avvocato Botti, quanto è difficile svolgere oggi la professione di avvocato?
«Certamente oggi è più difficile. I numeri e il contesto non consentono di valorizzare il merito. Oggi avanza più facilmente chi è più furbo, chi è astuto, chi ha più conoscenze. E questa è una responsabilità degli avvocati ma anche della magistratura, perché l’assoluta indifferenza nei confronti del difensore ci ha reso tutti soggetti fungibili. Inoltre siamo gli ultimi tuttologi, perché superato l’esame di accesso alla professione, che così come è strutturato è un terno al lotto, dal giorno dopo possiamo fare qualsiasi tipo di causa, dal tar alla Corte di Assise, al giudice del lavoro, senza alcun controllo esterno se non quello della propria coscienza perché non è previsto un albo di specialità. Il problema è che il rapporto fra domanda e offerta nel nostro ambito è completamente saltato, c’è assoluta trasversalità e una qualità sempre più scadente, perché già è difficile stare dietro alla propria specialità, figuriamoci doversi occupare di tutto».

L’avvocatura rivendica il suo ruolo centrale e lamenta un’emarginazione fisica e culturale. In che senso?
«Il degrado della categoria professionale e l’assoluta inconsapevolezza del proprio ruolo ha consentito a chi non ha sensibilità giudiziaria di emarginare il difensore, perché gli avvocati sono troppi, tanti, e non più capaci di rivendicare il loro ruolo. Servono avvocati consapevoli e seri affinché l’emarginazione culturale possa avere un’inversione di tendenza. C’è un problema di cultura della giurisdizione per cui la presenza del difensore e dell’avvocato è una presenza più sopportata che desiderata e auspicata. È un problema che viene da lontano e che l’emergenza sanitaria ha solo esasperato. Il percorso di emarginazione ha una sua matrice certamente legislativa, e quindi nella cultura del legislatore, recepita dalla magistratura. Gli avvocati non sono stati in grado di invertire questa tendenza per riaffermare la centralità del loro ruolo nel processo. E l’emergenza sanitaria ha amplificato al massimo questa contraddizione per cui addirittura si era pensato che i processi penali si potessero fare da remoto con la toga sopra e il pigiama sotto».

Dopo il lockdown la giustizia stenta ancora a ritrovare i suoi ritmi di sempre, che pure non potevano dirsi rapidi. Come mai secondo lei?
«Ci sono stati lavoratori messi da subito in condizione di lavorare perché si è ritenuto che il loro fosse un servizio pubblico essenziale, invece la giustizia non è stata ritenuta tale e questo è assurdo. C’è stata un’assoluta superficialità della politica e gli avvocati sono stati e continuano a essere ritenuti ospiti quasi indesiderati nei Palazzi di giustizia d’Italia. Non devono esserci presenze di serie A e presenze di serie B, ma il problema, come dicevo, è anche culturale. Inoltre c’è stato un ostruzionismo dei sindacati dei cancellieri rispetto a ogni apertura sia a livello legislativo e ministeriale sia a livello di capi degli uffici giudiziari, e così loro decidono con la consapevolezza che il proprio stipendio va e viene. Sono in una condizione di assoluto privilegio che però determina una specie di ricatto per l’intera macchina giudiziaria, e non solo a Napoli».