BRICS
Fine del sogno indiano: la svolta del Pentagono
La recente decisione ufficiale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti di ripristinare la denominazione originaria del proprio comando militare per l’Asia, abbandonando il termine “Indo-Pacific Command” a favore del classico “Pacific Command” (PACOM), segna una profonda svolta di realismo geopolitico nelle gerarchie di Washington. Questa inversione di rotta burocratica e diplomatica cancella la decisione assunta nel 2018 dalla prima Amministrazione Trump e successivamente mantenuta dall’Amministrazione Biden.
Non si tratta di un semplice restyling, bensì della formale certificazione di un cambio di priorità volto a concentrare le risorse sul teatro operativo più critico ed esposto del pianeta. Sebbene il Pentagono abbia specificato che il perimetro geografico del comando rimanga inalterato dalle Hawaii all’India, l’eliminazione del prefisso “Indo” riflette la volontà di porre un freno al cosiddetto “mission creep”: la pericolosa dispersione degli obiettivi militari in astrazioni geografiche troppo ampie. Dietro questo riallineamento si scorge la linea di figure chiave come l’ufficio del Sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby, impegnato a disciplinare la postura statunitense per preservare e promuovere l’equilibrio in Asia e negare un eventuale attacco cinese. Lo stesso Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha rimosso il riferimento all’Oceano Indiano fin dai suoi interventi del maggio 2026 allo Shangri-La Dialogue, esplicitando che l’approccio americano si concentra sulla “deterrenza per diniego” lungo quella che è definita “la prima catena di isole”.
Il concetto di “Indo-Pacifico” era un’aspirazione retorica nata dal premier giapponese Shinzo Abe per includere l’India in funzione anti-cinese. Tuttavia, otto anni di slogan non hanno saldato militarmente i due oceani. La realtà vede la prima catena di isole (dal Nord del Giappone a Taiwan fino alle Filippine) come il vero baricentro delle forze Usa, con decine di basi e oltre 55.000 soldati. È qui che si concentra la vera architettura di sicurezza degli Stati Uniti, forte di due storici alleati vincolati da trattati bilaterali, decine di basi operative e circa 55.000 soldati che salgono a ben 80.000 uomini se si include la penisola coreana. Nell’Oceano Indiano, gli Usa dispongono solo della base di Diego Garcia. Sebbene Nuova Delhi rimanga un partner imprescindibile, la crescente minaccia di Pechino esige compattezza e un’attenzione millimetrica ai dettagli geo-strategici, respingendo qualsiasi dispersione di risorse. Attualmente, l’architettura delle forze statunitensi nel Pacifico occidentale – condizionata da una struttura che eredita la logica superata della Guerra Fredda – mostra una forte vulnerabilità di fronte al sofisticato arsenale di droni e missili balistici cinesi.
In questo scenario, l’ipotesi di un ritorno alla dottrina del PACOM non rappresenta una soluzione magica, ma costringe i pianificatori di Washington a una dura presa di realtà: la necessità di sostenere gli impegni regionali pur in assenza di una totale dominanza militare. Pechino ha eretto una bolla difensiva e offensiva pressoché impenetrabile. Questo dispositivo si impernia su sistemi d’arma concepiti specificamente per neutralizzare gli assetti di proiezione statunitensi, a cominciare dai missili balistici antinave DF-21D e DF-26, i cosiddetti “carrier killer”, in grado di minacciare le portaerei americane a grandissima distanza. Il sogno geopolitico americano di un immenso fronte unito dall’India alle Hawaii tramonta sotto il peso della scarsità di risorse, riportando l’America alle sue concrete e altamente prioritarie coordinate oceaniche.
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