«In attesa di un indispensabile intervento del legislatore». Era il 25 settembre 2019 quando un comunicato ufficiale della Corte Costituzionale utilizzava questa formula per sollecitare il Parlamento a legiferare sulla revisione dell’articolo 580 del Codice Penale che prevede una pena di cinque anni di reclusione per chi «determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione». Lo stesso articolo del Codice alla base dei due processi, a Milano e a Massa, che si sono conclusi con l’assoluzione di Marco Cappato e degli altri imputati accusati di aver contribuito illegalmente al suicidio di Fabiano Antoniani (Dj Fabo) e di Davide Trentini. Nel primo caso era stata la stessa pubblica l’accusa a chiedere l’assoluzione degli imputati, mentre nel processo di Massa il Pubblico Ministero aveva chiesto la condanna del politico radicale e di Mina Welby a 3 anni e 4 mesi di reclusione pur chiedendo «tutte le attenuanti generiche e i minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste – ha detto il pm Marco Mansi nella requisitoria – ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell’interesse di Davide Trentini, a cui però mancano i presupposti che lo rendano lecito».

Nel caso di Massa la decisione è arrivata malgrado Trentini non fosse tenuto in vita da una “macchina”, ma ricevesse quotidianamente un trattamento di sostegno vitale ritenuto equiparabile agli strumenti per la respirazione artificiale. Va sottolineato che Marco Cappato e Mina Welby si sono impegnati mettendo a rischio la loro libertà personale per evidenziare una lacuna inaccettabile del nostro sistema normativo e bisogna ricordare che negli ultimi cinque anni sono stati 900 i malati terminali che si sono rivolti all’Associazione Luca Coscioni per essere aiutati a morire. Sarebbe assurdo avere nel prossimo futuro centinaia di processi “fotocopia”, impossibili da evitare con l’obbligatorietà dell’azione penale, su di un tema che coinvolge motivazione personali, morali, mediche e che alla fine attiene alla libertà di decidere della propria vita e della propria morte in condizioni straordinarie e disperate. Un intervento legislativo da parte del Parlamento su questo tema è quindi indifferibile, ma allo stesso tempo non si scorge una possibilità concreta perché questo accada malgrado siano molte le proposte di legge depositate che potrebbero essere una base di partenza per una discussione positiva da parte delle Camere.

Oltretutto questa è una materia tipicamente parlamentare anche in un periodo, che purtroppo dura da molti anni, in cui l’iniziativa legislativa è ormai di fatto nelle mani dell’Esecutivo, tra decreti leggi e maxi-emendamenti sottoposti al voto di fiducia, con il Parlamento che si limita a poco più di una semplice ratifica. La politica spesso si lamenta, talvolta con ragione, del ruolo di supplenza da parte di altre istituzioni, in particolare della magistratura, ma deve assumersi le proprie responsabilità. Non riguarda solo la vicenda del fine vita; penso alla modifica sostanziale o all’abrogazione, come vorrei, dei cosiddetti decreti sicurezza. Ricordo che il presidente Mattarella, ormai molti mesi fa, aveva indicato dei punti che richiedevano di essere modificati perché palesemente incostituzionali. Questi cambiamenti certo non esauriscono gli interventi necessari su quei decreti, ma nulla è accaduto in Parlamento, neppure per recepire le modifiche indicate dal Quirinale.

Sempre sul piano dei diritti anche la legge sulle Unioni Civili ha dovuto attendere molti anni prima di essere approvata dal Parlamento malgrado i ripetuti inviti da parte di altre istituzioni perché questa forma di unione tra le persone fosse adeguatamente sancita in una norma. Le battaglie per la tutela dei diritti sono state nella nostra storia repubblicana un’efficace forma di pressione sulla politica per giungere a quegli adeguamenti delle norme capaci di rispondere ai cambiamenti già presenti nella società. Perché i cambiamenti avvengano è però necessario che il Governo e il Parlamento abbiano capacità, forza e visione necessarie per prendere una decisione, anche di mediazione, perché decidere è anche trovare un punto di incontro “alto” tra diverse posizioni. Altrimenti rischiamo che tra qualche anno la Corte Costituzionale debba scrivere ancora una volta «in attesa di un indispensabile intervento del legislatore», e sarebbe una situazione inaccettabile per un Paese civile e “patria del diritto” quale è, o meglio dovrebbe essere, l’Italia.