Il 3 giugno il Senato ha rispedito in commissione il disegno di legge sul fine vita, con una sospensiva di Fratelli d’Italia approvata 88 a 59. A poco più di un anno dalle politiche, e dopo otto anni di solleciti della Corte costituzionale, equivale a un seppellimento: il testo del Pd, a firma Alfredo Bazoli, non avrà i tempi per tornare in aula. La parola slitta, ancora una volta, alla prossima legislatura. A Roma il tema si chiude; in Veneto, paradossalmente, riapre. Il regolamento regionale impone di ricalendarizzare entro sei mesi dall’avvio della legislatura la proposta di iniziativa popolare «Liberi Subito», elaborata dall’associazione Coscioni e firmata da oltre novemila cittadini. Entro giugno tornerà in commissione Sanità, poi di nuovo in aula a Palazzo Ferro Fini. Dove, due anni fa, era già caduta.

È qui che la vicenda smette di somigliare a un derby tra destra e sinistra. Nel gennaio 2024 il Veneto fu la prima regione a provarci, e a far cadere la legge fu la maggioranza di centrodestra contro il proprio presidente: Luca Zaia ci aveva messo la faccia, ma il testo cadde per un solo voto, venticinque sì contro ventidue no e tre astensioni. Oggi Zaia, dalla presidenza del Consiglio regionale, continua a chiedere una norma e «parità di trattamento» per tutti gli italiani, con il farmaco somministrato dalla sanità pubblica a garanzia di trasparenza.

A riportare il tema in aula è stato un incontro a Ferro Fini costruito attorno alla storia di un malato veneto, tra i primi in Italia ad aver ottenuto l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Ma dentro la maggioranza le distanze restano: Fratelli d’Italia conferma il no e rilancia sulle cure palliative, e nella Lega convivono posizioni opposte. Il margine, intanto, si è ristretto. Con la sentenza 204 del 2025 sulla legge toscana, la Consulta ha fissato il confine: le Regioni possono organizzare tempi e procedure delle proprie aziende sanitarie, non i requisiti né il perimetro penale, che restano allo Stato. Il Veneto può accelerare, non legiferare al posto di Roma. Ed è la fotografia di un Paese in cui i territori corrono e il centro resta fermo: ancora una volta la richiesta arriva da chi amministra, la rinuncia da chi dovrebbe decidere.