Non è sempre vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. A volte il corpo non ci sta dietro, dentro, attorno a quelle aspirazioni. Francesca Jones, ai medici che gli avevano comunicato che non poteva giocare a tennis, aveva risposto che si sbagliavano. “Ve lo dimostrerò”. Ha battuto la cinese Jia-Jin Lu e si è qualificata agli Australian Open nonostante soffra di una sindrome da displasia ectodermica ectrodattilia: è nata con tre dita e un pollice su ciascuna mano, tre dita al piede destro e quattro al sinistro. Non è cosa, le avevano detto, e lei niente. “Anche una Rolls Royce è costruita da zero”. E infatti: è entrata nel club, è una Invictus, invincibile.

Ha vinto partendo dal perdono “che libera l’anima e cancella la paura”, perdonando il suo fisico, sé stessa insomma, condannato dalla nascita. Non che sia più facile quando la condanna arriva dopo. Ha più o meno 18 anni Jean Reinhart quando un incendio distrugge la roulotte dove vive con la moglie. Subisce ustioni gravi alla gamba destra e alla mano sinistra. Quest’ultima si deve amputare, gli dicono. Lui non ne vuole sapere. Perde comunque l’uso di due dita: non potrà più suonare il banjo. Chiede comunque al fratello di portargli la chitarra perché il suo strumento è troppo rumoroso per l’ospedale. Si inventa una tecnica rivoluzionaria che mette sotto sopra il mondo del jazz, l’universo della musica, i programmi di cucina in televisione (che ne abuseranno) e diventa Django Reinhardt, Padreterno del jazz manouche e della musica. Un Re gitano.

E non ha neanche finito i miracoli: il giovane Frank Anthony Iommi da Birmingham deve ascoltare la sua musica per ricredersi. È stato lui stesso a dirsi: è finita. Si è arreso, è caduto in depressione da quando una pressa – l’ultimo giorno di lavoro in fabbrica – gli ha tranciato le falangi superiori di medio e anulare della mano destra. Lui è mancino: non riesce più a premere le corde, non riesce a imparare a suonare come un destro, non riesce in niente di niente e quindi abbandona la chitarra. Fino a quando non ascolta Reinhardt e la sua storia. Allora riprende lo strumento, fonde e modella la plastica dei tappi di alcuni flaconi di detersivo per farli diventare delle protesi, modifica l’accordatura e praticamente inventa l’hard rock e il metal con i Black Sabbath. Una band che è un’ira di dio.

Insieme con lui, nel gruppo, il compagno di scuola sfigato, quello dislessico, preso in giro, bullizzato anche. Spesso e volentieri quei due si picchiavano. Quell’altro, quello canzonato, si chiama John Michael Osbourne ma visto che balbetta pesantemente lo chiamano Oz-brain, Ozzie, Ozzy. Quando canta però non balbetta: sarà protagonista di un grottesco reality-show familiare, morderà un pipistrello su un palco, esagererà sfiorando più volte la morte con droga e alcol, sarà un po’ macchietta e un po’ leggenda ma soprattutto resterà al mondo come l’urlo primordiale dell’hard rock.

Tutto genio e sregolatezza era anche Manoel Francisco dos Santos. Non è cosa, avevano detto anche a lui i medici. Da bambino soffre malnutrizione e poliomielite. Strabismo, spina dorsale deformata, sbilanciamento del bacino, sei centimetri di differenza tra una gamba e l’altra, valgismo al ginocchio destro e varismo al sinistro: come può giocare a pallone? E infatti per i medici non se ne parla proprio, è praticamente un invalido. Vincerà invece due mondiali  – Svezia ’58 e Cile ‘62 – da protagonista, uno da capocannoniere, per molti sarà il miglior dribblatore di sempre. Diventa famoso come Garrincha, era A alegria do Povo, la felicità della gente, per tanti brasiliani anche più grande di Pelé – ma la sua vita è tanto altro, un romanzo, anche tragico purtroppo. Che cosa si sarebbe perso il calcio se avesse ascoltato i medici.

“Quando qualcuno ti dice a otto-nove anni che non puoi fare qualcosa, suppongo che la maggior parte delle persone avrebbe il cuore spezzato, ma ho solo provato ad affrontare la cosa a muso duro e vedere come avrei potuto dimostrare che quella persona si sbagliava”, ha detto Francesca Jones, 20 anni, inglese di Leeds, una ragazza ribelle al suo corpo prima che al resto. “E anche provare a me stessa che potevo fare quello che volevo e incoraggiare pure gli altri a farlo, perché penso che ci siano così tanti bambini che sono limitati da ciò che dicono gli altri”. E’ questa la sostanza dei suoi sogni. Non è finita fino a quando non è finita.

Antonio Lamorte