Sono i giorni di un anno cattivo, sfregano le dita, grani intorno a un rosario, falciano la pelle, ed è sempre un altro cielo a ogni nuovo giro. Piegano vite senza respiro, stanno negli occhi di tutti: paure vecchie figlie di timori antichi, sogni distratti, andati. Ruote di giostra, storie già viste adagiate in qualche angolo del corpo. Il 2020 si porta via la parte della nostra società che ha superato la guerra, quella che per alcuni è stata la migliore, che aveva costruito un Paese in cui si è potuto vivere meglio rispetto al passato, sfamarsi con meno fatica, studiare.

Una generazione che almeno ci aveva provato a fare un’Italia migliore. Paolo Rossi ha vissuto quel tempo in cui tutti credevano fosse possibile migliorarsi, un tempo in cui ancora era possibile sognare, anzi era necessario avere il sogno che tutto fosse possibile per tutti. Fortunati quelli che hanno vissuto gli anni dell’Italia mondiale in Spagna. Rossi diventò Pablito attraversando il sentiero che dalla normalità porta al mito. Senza l’82 lui sarebbe rimasto una promessa mancata un campione potenziale passato in fretta sopra il tappeto verde e caduto in preda al vizio.

Sarebbe rimasto uno che si era sprecato e si era inchinato ai soldi del calcioscommesse: due anni di squalifica e poi era svanito il sogno. Ma già da Omero si sa che i miti non possono esistere senza un eroe che rischia per crearli, nell’82 il rischio lo corse Enzo Bearzot : “qualcuno ha scritto che per Paolo Rossi ho rischiato la vita. Semmai la carriera e già mi sembra ci sia una bella differenza. Ma non so cosa darei per tornare indietro, solo per il gusto di poterlo rifare”, disse il ct della Nazionale, riportato nel romanzo del Vecio, di Gigi Garanzin. Fu la fortuna di Paolo Rossi che ci fosse qualcuno con il gusto di rischiare, lo portò nel cuore degli italiani, in quello di tutti gli sportivi e dentro le bestemmie di tante generazioni di brasiliani.

Non ci fosse stato Pablito il mondiale sarebbe finito naturalmente fra le prede di un Brasile stellare. Pablito è stato Ettore che abbatte Achille, il verificarsi dell’impossibile. Il campionato mondiale di Paolo Rossi è quello che più, fra i quattro vinti, sta infisso sul petto della gente. Perché arrivò nell’epoca forse più felice della Nazione, negli anni in cui il moralismo stava in cantina e la società non era fatta di ragionieri che usavano il misurino in ogni risvolto della vita.

Pablito è stato così amato perché visse gli anni che si illuminavano coi lampi e la luce fissa dei neon era un frangente triste. Un temporale che attraversò gli anni ottanta e alla loro fine prese a smorzarsi e si spense nelle notti magiche di Italia 90, lì Totò non ci riuscì a compiere il miracolo, forse perché era stato troppo un bravo ragazzo, aveva cercato il riscatto nel calcio senza avere mai sbagliato e l’unica cosa che gli si imputava erano errori piccoli del fratello. E dopo venne il buio. Si svegliò il “bene” a dire che si era esagerato, che bisognava rintracciare il confine fra il giusto e l’ingiusto. Dopo il 90 non ci sono stati i Pablito, e senza gli anni 80 non ci sarebbero stati i Maradona.

Negli ultimi trent’anni sono spariti gli eroi che avessero avuto il coraggio, e il piacere, di rischiare per creare il mito; al loro posto sono comparse facce livide, vissute per troppo tempo fra l’umido, con troppa voglia di condannare per poter assolvere. E tutta una Nazione è finita sul banco degli imputati, con un’unica raccomandazione: emendare. I sogni sono passati di moda, arredi di coscienze fragili.

E Pablito è stato fortunato a nascere in anni lontani, ha avuto la sfortuna di impattare in questo maledetto 2020 che si sta portando via il meglio delle generazioni passate: per covid e per altri mali, come quello inesorabile che gli si è attaccato al corpo, implacabile quanto il marcatore più rognoso che abbia mai incontrato in carriera. E l’ultimo sogno che resta è che, nel suo furore distruttivo, questo anno diabolico si porti via anche il buio degli ultimi decenni e tornino a nascere gli uomini che abbiano il gusto di rischiare.