“Quando i tuoi figli saranno grandi racconta loro che Lino era un eroe”. E’ il messaggio del questore di Napoli Alessandro Giuliano pronunciato nel corso dei funerali dell’agente scelto Pasquale Apicella, il 37enne ucciso il 27 aprile scorso dopo essere stato travolto, mentre era al volante dell’auto di servizio, da un Audi A4 sulla quale viaggiavano tre uomini, residenti nel campo nomadi di Giugliano, che poco prima avevano tentato il furto del bancomat di una filiale del Credit Agricole in via Abate Minichini, non molto distante da piazza Carlo III.

Nella chiesa evangelica di Secondigliano, la moglie di Lino, Giuliana Ghidotti, ha seguito i funerali abbracciata alla bara avvolta dal Tricolore. Oltre a un numero ristretto di familiari (in rispetto delle norme imposte dall’emergenza coronavirus), erano presenti la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, il capo della polizia Franco Gabrielli, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il prefetto di Napoli Marco Valentini, oltre al questore Giuliano.

All’esterno presenti amici e conoscenti dell’agente scelto Apicella che hanno affisso uno striscione (“I ricordi felici che abbiamo trascorso insieme inondano il nostro cuore addolorato e si trasformano in lacrime. La nostra vita non sarà più la stessa. Ci manchi”). La celebrazione è stata seguita in streaming attraverso la pagina social della Polizia di Stato.

Durante la cerimonia funebre, ci sono stati due momenti toccanti. Il primo è relativo al messaggio letto dall’agente Marco Carato, collega di Lino: “Alcuni di voi non mi conoscono ma il nostro caro Lino mi conosce molto bene. Sono stato con lui in molti posti e moltissimi momenti della sua vita. Eravamo e saremo sempre più di due fratelli, era una parte del mio cuore, un pezzo grande della mia vita che è stato portato via. Abbiamo condiviso gioie, dolori ma soprattutto una divisa. Facevamo tutto insieme. Lino aveva un cuore grandissimo, era gentile, simpatico, altruista. Amava due cose più della sua vita: la famiglia, soprattutto i due splendidi figli, ed il suo lavoro da poliziotto. Fino all’ultimo ha lavorato con onore e dedizione e da cittadino italiano gli dico grazie. Grazie di esserci sempre stato. Grazie di aver reso le nostre vite più felice, soprattutto con quel tuo sorriso contagioso. Continua a starci vicino pure da lassù, sarai il nostro angelo custode. La vita può allontanarci ma l’amore per te e per la divisa continuerà sempre. Ciao fratello mio”.

Poco dopo a parlare è il capo dei poliziotti partenopei Alessandro Giuliano. Il questore si rivolge ai familiari: “Giuliana, Nunzia, Gennaro, Antonella e Luisa”, la polizia di stato si stringe intorno a voi. Nulla vi riconsegnerà quello che avete perso ma non sarete mai soli e speriamo ci considerati come una seconda famiglia. Giro spesso per gli uffici ma non ho avuto modo di conoscere Lino. Dai racconti delle persone che gli hanno voluto bene ho saputo quanto fosse disponibile verso tutti, del suo passato di atleta e di quanto tenesse a fare poliziotto”.

Poi Giuliano ricorda una frase di Giovanni Falcone (“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”) che Lino si era fatto tatuare “tanta era la sua passione per i nostri valori”. Rivolgendosi ai genitori: “Cari Nunzia e Gennaro seppellire un figlio è una cosa contro natura e non c’è alcuna buona ragione per morire a 37 anni. Ma se vostro figlio questa mattina è avvolto nel tricolore è perché voi due avete fatto un buon lavoro. Gennaro lei mi ha raccontato che quando cercava di convincerlo a non rischiare troppo lui le rispondeva ‘tu pensa a fare le ceramiche, che a fare il guardio ci penso io'” .

Guardando la moglie di Lino abbracciata alla bara dall’inizio del rito funebre, Giuliano le dice: “Carissima Giuliana non esiste una parola che possa consolarti in questo momento. Purtroppo dovrai essere tu a spiegare ai vostri due figli perché hanno subito questa terribile ingiustizia. Ma quando saranno più grandi spiega che il loro papà era felice perché aveva una famiglia che amava, una divisa che adorava, una professione che desiderava. Dì loro che il papà sognava di contribuire a rendere il mondo un po’ migliore. Dì loro che sono figli di un eroe”.

Poi la chiusura: “Caro Lino non non faremo questo errore, non ti dimenticheremo e non lasceremo sola la tua famiglia”.