“Io tremo, come ogni volta che squilla il telefono di casa quando papà è a lavoro”. “Non lo sapete cosa significhi aspettare due minuti al telefono perché dall’altra parte nessuno risponde”. E ancora: “Ma i figli delle forze dell’ordine non pensano mai a queste cose. Io sono cresciuta così”.

E’ un estratto della lettera da una ragazzina di 16 anni, figlia di un collega di Pasquale Apicella, il poliziotto di 37 anni morto a Napoli dopo essere stato travolto dall’auto sulla quale viaggiavano quattro persone che poco prima avevano tentato il furto di un bancomat. Pasquale, detto Lino, era spostato e aveva due figli piccoli, uno di pochi mesi.

“Scusami. Scusatemi tutti, resterei in silenzio se solo l’ansia non mi divorasse e le mani non mi tremassero” inizia così la lettera pubblica dall’AdnKronos. “E’ così da 16 anni ormai, ma oggi tutti i brutti pensieri che mi tormentavano quando ero piccola, sono diventati realtà. Poche persone in questo momento si sentono come mi sento io, c’è chi è mortificato, chi non fa altro che piangere, c’è chi ha già dimenticato tutto e chi non li dimenticherà mai. Io tremo, come ogni volta che squilla il telefono di casa quando papà è a lavoro, tremo quando non torna in orario, quando parte in anticipo. Tremo per notti intere quando ha il turno serale, e per lunghe mattinate date dalle notti insonni. Voi non lo sapete cosa significhi aspettare due minuti al telefono perché dall’altra parte nessuno risponde, magari era in bagno o a prendere un caffè, ma i figli delle forze dell’ordine non pensano mai a queste cose. Io sono cresciuta così”.

“Mio padre era presente a tutti i compleanni, è sempre riuscito a dividere lavoro e famiglia, ma io avrei voluto che a lavoro non ci tornasse mai – continua – I miei amici lo guardavano sempre pietrificati quando veniva a prendermi a scuola in divisa, era l’eroe delle fiabe che tutti ammiravano, per me invece era un po’ come la nonna di Cappuccetto Rosso, per quanto cercasse di salvare la nipotina, il lupo ebbe la meglio su di lei. È sempre toccato a me difendere il suo mestiere davanti a quei quattro cretini che mi urlavano: ‘Stai zitta tuo padre fa lo sbirro’, Se quella notte avevano dormito tranquilli nel loro letto, era grazie agli sbirri. Se i loro genitori avevano ritrovato il portafoglio rubato, era grazie agli sbirri. Se non erano morti per droga o alcol, o se la zia spaventata era tornata a casa sana e salva, era solo grazie agli sbirri”.

“Scusatemi se ancora parlo ma se smettessi probabilmente non ricorderei nemmeno il mio nome. Stanotte è morto un poliziotto, è morto un uomo che lavorava insieme a mio padre. Io non lo conoscevo, non avevo mai sentito parlare di lui. So che aveva 37 anni, che aveva deciso di tornare a Napoli per la sua famiglia, che fino a poco tempo fa lavorava al centralino. So che sua madre non era molto felice quando ha saputo che voleva fare il poliziotto, e che la moglie stanotte non riusciva a dormire. So che il bambino di tre mesi non ricorderà nulla del padre, e quello di sei anni non riuscirà mai a dimenticare i suoi abbracci”.

“So che si chiamava Pasquale, e che ha dato la sua vita al lavoro per un misero stipendio a fine mese. Non voglio parlare di soldi, per noi i soldi sono solo una presa in giro. Nessuno vuole diventare poliziotto, carabiniere, finanziere o vigile del fuoco per denaro o fama, ma tutti da giovani desideravano cambiare il mondo, senza rendersi conto che sarebbe stato il mondo a cambiare loro. Scusami se ancora parlo, ma stanotte Pasquale è morto. I suoi colleghi non trovano le parole adatte e tu nemmeno ti ricordi come si fa a parlare, forse in questa storia sono l’unica che abbia veramente il diritto di dire qualcosa”.

“In quella macchina – conclude – poteva esserci mio padre, sarebbe sceso ieri sera alle 20,30 e non sarebbe più tornato, io avrei sentito giornalisti, medici, testimoni parlare di lui, ma nessuno sapeva cosa stessi passando io, non so cosa tu stia passando, ma per tutte le volte che ho immaginato succedesse a me, quasi riesco a sentire il tuo dolore. Non è giusto, perché io ho 16 anni e ho ancora la speranza di credere al lieto fine, perché ho 16 anni ed ho ancora l’ingenuità di credere in questo paese. Sono arrabbiata, ma non so con chi esserlo, quasi odio mio padre. Voglio urlare, ma nessuno capirebbe le mie grida. Non so se riuscirò mai a stare tranquilla quando papà non è a casa, Secondigliano mi mette più paura della Siria, forse perché questa sarà per sempre la mia guerra, stanotte Pasquale l’ha persa. Mi ha ricordato di quanto sia importante abbracciare mio padre prima di scendere, guardarlo per avere sempre i suoi occhi dentro i miei. Sono mortificata, non smetto di piangere, l’ho già dimenticato o non lo dimenticherò mai? Scusami, scusatemi tutti”.