Giancarlo Pittelli è un avvocato calabrese e anche un ex assessore, ex deputato, ex senatore. Ha iniziato a far politica con la Dc, poi è passato in Forza Italia, poi si è staccato ed è restato in Parlamento come indipendente. Ha 68 anni e se ho capito bene non sta benissimo in salute. Oggi è in fondo a una cella in una prigione sarda. Ora vi racconto la storia della sua persecuzione da parte dello Stato. Uso la parola persecuzione non con finalità polemiche ma semplicemente descrittive. Se le cose stanno come ora scriverò, e mi pare che non sia possibile smentirle, i termini della persecuzione ci sono tutti. Il problema, adesso, è come porre fine a questa persecuzione. Il racconto inizia il 19 dicembre dell’anno scorso. Giorni di Natale. Alle 3 e mezza del mattino alcuni agenti bussano a casa di Pittelli, a Catanzaro. Lo tirano giù dal letto, c’è un ordine di arresto. Lo portano nel suo studio di avvocato e inizia una perquisizione che dura fino alle 17,30. Alle 21 Pittelli entra in carcere, non ha mai mangiato né bevuto in queste circa 18 ore.

Viene sistemato in una cella dove c’è solo una branda. Il giorno seguente, alle 9, 30, senza conoscere gli atti (circa 30 volumi) che contengono le accuse contro di lui, viene chiamato a rispondere all’interrogatorio di garanzia. In condizioni fisiche e psicologiche da film dell’orrore. L’avvocato Pittelli si avvale della facoltà di non rispondere, perché non è informato su nulla. Non sa cosa vogliono da lui. Alle ore 15 dello stesso giorno con un volo militare è portato a Nuoro, più possibile lontano da Catanzaro e in un luogo difficilmente raggiungibile, il carcere di Badu ‘e Carros. È un carcere famoso soprattutto perché furono chiusi lì, in regime speciale, negli anni ottanta, molti terroristi. Pittelli si augura comunque di poter essere al più presto interrogato e poi scarcerato. Ma il tempo passa, non succede niente. Propone istanza al tribunale del riesame. Viene portato a Sassari alle 9 del mattino e resta in attesa di essere interrogato fino circa alle 21 della sera. A quel punto il Presidente lo fa entrare nell’ufficio e lo informa che se ha qualcosa da dire a sua difesa ha dieci minuti di tempo per dirla. Pittelli riesce a dire pochissime cose che peraltro non saranno prese in considerazione.

L’interrogatorio al riesame è del 9 gennaio. Ora siamo a fine luglio. Pittelli aspetta ancora di essere interrogato dal Pm che lo accusa. Non è mai stato ascoltato. Avete capito bene: mai ascoltato. Chiede ripetutamente di essere interrogato. Giorni fa viene convocato da un Pm di Nuoro che non conosce nulla dell’inchiesta che ha portato Pittelli in carcere. Si tratta dell’inchiesta famosa di Nicola Gratteri (forse il Pm più famoso d’Italia per via della permanenza in Tv, e anche il candidato ministro della giustizia), la Rinascita Scott celebrata da tutti i giornali e presentata dallo stesso Gratteri come la più grande inchiesta antimafia dopo quelle di Falcone. Pittelli si rifiuta di rispondere al Pm di Sassari e insiste per essere interrogato dai Pm che hanno chiesto il suo arresto. Niente.

Intanto della vicenda che lo riguarda si occupa la Cassazione. Pittelli al momento dell’arresto è accusato del reato gravissimo di associazione mafiosa e di altri due reati specifici (i cosiddetti reati-fine) commessi, secondo l’accusa, in concorso con il colonnello dei carabinieri Naselli. Abuso d’ufficio e violazione di segreti d’ufficio. C’è un ricorso al tribunale della libertà che ottiene un primo risultato: l’accusa di partecipazione ad associazione mafiosa viene derubricata in concorso esterno, però con una specifica: concorso esterno come “capo promotore”. E’ un nuovo reato. Però dura poco. Qualche mese. Poi il 25 giugno si pronuncia la Cassazione. Annulla senza rinvio, cioè in modo assoluto e definitivo, le accuse contro il colonnello Naselli e di conseguenza anche quelle di concorso con Naselli rivolte a Pittelli. Cioè nega che esistono i due reati-fine, come li abbiamo definiti. Naselli è immediatamente scarcerato.

Ha scontato inutilmente sei mesi di prigione dura, la sua figura pubblica è stata annientata, sono state fatte a pezzi le sue relazioni, i suoi affetti, la sua dignità di uomo e anche di militare. Ora respira: è innocente. Le accuse di Gratteri non stavano né in cielo né in terra. Però l’errore di Gratteri lo ha pagato tutto lui. Caro, molto caro. la legge è così: se un Pm commette degli errori clamorosi il conto lo salda l’imputato. Per Pittelli anche i due reati scompaiono, non scompare però il concorso esterno (viene cancellato solo il reato accessorio di capo-promotore perché nel codice penale non si trova nulla di nulla che giustifichi questa formula). Gli avvocati di Pittelli hanno presentato un nuovo ricorso, tra qualche riga vedremo come e perché.

Proviamo intanto a capire quali erano le accuse specifiche. Primo reato, violazione del segreto. Pittelli avrebbe avuto (da Naselli) la notizia segreta di una interdittiva antimafia in arrivo ai danni di un certo Rocco Delfino, e avrebbe dato la notizia a Rocco Delfino. Si è però saputo che la notizia era pubblica. Piccola distrazione degli inquirenti. Secondo reato, abuso d’ufficio. Sarebbe stato commesso in un momento successivo al primo. E nel frattempo Pittelli era diventato avvocato di Delfino. In quanto avvocato di Delfino, avrebbe chiesto un favore di nuovo a Naselli. C’è una intercettazione che lo accusa. Il colonnello Naselli risponde a una domanda di Pittelli sulla situazione di Delfino. Spiega che è complicata e poi dice: “Eventualmente lasciamo decantare la pratica”. Da questo si deduce che Naselli promette a Pittelli un rinvio sine die del provvedimento. E quindi il reato. Nessuno però verifica se poi effettivamente il provvedimento fu rinviato. Beh, fu eseguito esattamente sei giorni dopo la telefonata. La Cassazione, di conseguenza, in mancanza evidentissima di reati e di verifiche sulle accuse da parte della Procura, annulla tutto e scarcera il colonnello.

Per Pittelli resta il concorso esterno. La prova sarebbe sempre in una intercettazione telefonica. Dalla quale risulterebbe che Pittelli sarebbe la talpa che fornì i verbali dell’interrogatorio di un pentito – segretissimi – a un esponente della mafia di Vibo. Li avrebbe ottenuti attraverso la confidenza di un agente segreto. L’intercettazione prova che Pittelli disse a un suo amico che il pentito – si tratta di Andrea Mantella – ha scritto alla madre: “Vi vergognerete di me”. Se ha detto questo al suo amico vuol dire che conosce il verbale delle dichiarazioni di Mantella e dunque è lui la talpa. C’è poi però una seconda intercettazione, della quale gli inquirenti non tengono conto. È sempre di una telefonata tra Pittelli e quello stesso amico, e Pittelli dice: «È inutile che mi chiedete i verbali di Mantella perché io non ne so niente».

Questa intercettazione dovrebbe scagionarlo, no? Ma si può obiettare: e allora come sapeva della lettera alla madre? Semplice: la notizia della lettera alla mamma era uscita su tutti i giornali calabresi e sul Fatto Quotidiano un mese prima della prima intercettazione. L’on. Pittelli è sempre lì in cella. Solo. Lontanissimo dalla sua città. Abbandonato. I Pm non lo interrogano. I giornali seguono la corrente: Gratteri, Gratteri, Gratteri. Vi pare che ho esagerato nel parlare di persecuzione? Vi pare che mi intrometto in cose che non mi riguardano se chiedo ai partiti politici che siedono in Parlamento di intervenire, di chiedere spiegazioni, di fare qualcosa per restituite a un cittadino della Repubblica i suoi diritti di essere umano? State attenti, cari amici. Non alzate le spalle. Non fingete che la cosa non vi riguardi. State attenti: quello che è successo all’onorevole Pittelli può succedere a chiunque di noi. Se lasciamo che la magistratura resti l’unico potere incontrastato, se lasciamo che un Pm o un Gip possa sbattere in prigione chi vuole lui, senza doverne mai rispondere a nessuno, a nessuno, a nessuno, se…