Libertà
Gianni Alemanno, quel che resta di Mafia Capitale: il corrotto che si è corrotto da solo e i 300mila euro destinati a Nuova Italia
Il nome di Gianni Alemanno, suo malgrado, da anni è associato a una delle più clamorose inchieste giudiziarie della storia recente italiana: Mafia Capitale. Un’espressione che evocava scenari da organizzazione criminale radicata nel cuore delle istituzioni, capace di controllare appalti, politica e amministrazione pubblica. A distanza di oltre dieci anni dall’esplosione dell’inchiesta, avvenuta con la retata dei carabinieri del Ros in diretta televisiva all’alba del 2 dicembre 2014, il quadro emerso dalle sentenze definitive appare profondamente diverso da quello inizialmente raccontato. La stessa qualificazione mafiosa è stata infatti esclusa dalla Cassazione, che ha stabilito come non ricorressero gli elementi tipici dell’articolo 416 bis del codice penale.
Di quella che fu quindi presentata come la prova dell’esistenza della mafia a Roma è rimasto un complesso sistema di relazioni e favori. Un ridimensionamento che ha inciso anche sulla posizione dell’ex sindaco della Capitale dopo che la Cassazione aveva escluso anche l’ipotesi di corruzione nei confronti di Alemanno. Un vero paradosso denunciato per anni dalla difesa di quest’ultimo: essere considerato corrotto mentre coloro che avrebbero dovuto corromperlo erano stati giudicati responsabili di un diverso reato. Secondo l’accusa, Alemanno aveva beneficiato di circa 300 mila euro destinati alla fondazione Nuova Italia, a lui riconducibile. I fondi sarebbero stati versati da Salvatore Buzzi, presidente della cooperativa 29 Giugno, con l’obiettivo di ottenere favori e agevolazioni nell’ambito degli appalti pubblici. Ma proprio la posizione di Buzzi rappresenta uno degli aspetti più controversi dell’intera vicenda. L’imprenditore fin dall’inizio aveva sostenuto una tesi rimasta sostanzialmente inascoltata: non aveva mai consegnato denaro ad Alemanno. Al contrario, aveva sempre dichiarato di aver corrisposto tangenti esclusivamente a Franco Panzironi, all’epoca amministratore delegato di Ama e figura di grande peso nella gestione della municipalizzata romana. “In tutta la mia vita avrò visto Alemanno quattro o cinque volte”, ripeteva Buzzi nel corso dei procedimenti giudiziari.
Una dichiarazione che assumeva particolare rilevanza perché proveniente proprio dall’uomo indicato come il presunto corruttore. Secondo la sua ricostruzione, i rapporti economici illeciti riguardavano esclusivamente Panzironi. Buzzi raccontò persino di aver chiesto chiarimenti. In una delle occasioni in cui avrebbe consegnato denaro a Panzironi, gli domandò se quei soldi fossero destinati ad Alemanno. La risposta fu negativa. L’imprenditore spiegò anche il motivo del suo dubbio. Se davvero i pagamenti erano destinati al sindaco, perché il Comune continuava a non sbloccare i crediti vantati dalle sue cooperative? Una domanda che rendeva poco credibile l’ipotesi accusatoria. “Panzironi mi giurò sulle figlie che quei soldi erano per lui e non per Alemanno”, dichiarò Buzzi. Le cooperative riconducibili a Buzzi si trovavano in una situazione finanziaria complicata, aggravata proprio dai ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Il Comune di Roma affidava da anni a cooperative sociali numerosi servizi, tra cui la manutenzione del verde pubblico, e i mancati incassi avevano generato contenziosi significativi. L’intera galassia cooperativa costruita da Buzzi sarebbe poi stata travolta dalle conseguenze dell’inchiesta, fino al fallimento
Alemanno ha sempre sostenuto di non sapere che alcune somme provenissero dalle cooperative riconducibili a Buzzi. Per i magistrati delle sentenze di merito, invece, l’ex sindaco non poteva ignorare quanto stava accadendo attorno alla sua fondazione. Da qui una delle immagini più efficaci utilizzate dallo stesso Alemanno per descrivere la propria vicenda giudiziaria: quella del “corrotto che si è corrotto da solo”. Una battuta polemica, ma che sintetizzava un problema giuridico reale. Se il presunto corruttore negava di aver corrotto il sindaco e se i coimputati venivano condannati per traffico di influenze, come poteva rimanere in piedi una contestazione di corruzione nei confronti del destinatario finale? La Cassazione ha infine fornito una risposta, eliminando anche questa imputazione. Buzzi ha dedicato alla sua esperienza un libro dal titolo emblematico: “Se questa è mafia”. Resta il fatto che l’inchiesta ebbe enormi conseguenze politiche. La reputazione dell’amministrazione capitolina venne profondamente compromessa, mentre il clima di sfiducia nei confronti della classe dirigente romana contribuì ad aprire la strada alla successiva vittoria elettorale del Movimento 5 Stelle e di Virginia Raggi.
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